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    30-10-2007

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - DODICI (Parte2)

    (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)

     

    […]

    Scivoliamo di nuovo nella sua camera e finiamo stesi sul letto su di un lato, incrociamo le gambe per avere la sensazione dei nostri corpi che si intrecciano: ci copriamo alla meglio con un piumino leggero e ci guardiamo per un po’ negli occhi, la guardo e penso che sia bello averla tutta lì accanto a me, felice di farsi baciare, accarezzare, spogliare. Ridiamo un po’ brilli

    Cazzo che freddo!” dico io e glielo dico in italiano ma lei capisce bene e ride. Poi si fa seria e mi bacia a lungo e con passione, disegna con la lingua circoli attorno alla mia mentre muove la testa da un lato all’altro e mi accarezza le spalle con le unghie restituendomi un brivido leggero che mi corre lungo la schiena. Chiudo gli occhi mentre mi stringe forte a sé con le mani scende piano sul mio corpo slacciandomi la cintura e facendo scattare ad uno ad uno tutti i bottoni dei jeans, lasciando scivolare la mano sul cotone della biancheria e soffermandosi lì per un po’, come indecisa. Io pure le slaccio piano i pantaloni e prendo ad accarezzarle un fianco nudo, scendendo giù fino all’elastico del tanga e poi risalendo e riscendendo di nuovo cercando con dolcezza di farglielo scivolare giù. Intanto la lingua di lei si è fatta più audace sulla mia, l’avvolge e l’accarezza con violenta decisione, sento i suoi sospiri sulla mia guancia, i suoi denti che agganciano le mie labbra e il profumo forte della sua pelle ambrata. Lascio che mi tolga i jeans del tutto, che mi stenda sulla schiena e mi contempli dall’alto, mentre col suo sesso si strofina sul mio e con le mani blocca le mie sopra la mia testa; la lascio mordicchiarmi il collo e baciarmi il petto, soffermarsi sull’ombelico con la lingua morbida, e poi scendere e lasciar sprofondare la testa tra le mie gambe, aspettando che mi ecciti al massimo, mentre appena ronda con la testa sui boxer gonfi e alza lo sguardo verso di me e mi sorride. Le accarezzo i capelli e le spalle, lei si avvicina di nuovo alla mia bocca con la sua e mi bacia ancora e a lungo, mi bagna di saliva le labbra mentre io le accarezzo la schiena e le natiche e poi con un gesto secco lascio scivolare le dita sotto gli elastici del tanga e glielo abbasso al disotto del sedere tornito e abbondante.

    Maria ricade con tutto il corpo sul mio, mentre ancora le mie mani sono sui suoi fianchi e sulle natiche. Mi bacia e mi lecca sul collo e ansima, mentre le mie dita si fanno sempre più audaci su di lei. Le faccio passare sul contorno di peli della fica e poi dentro per un po’, e quando lo faccio lei ansima più forte e prende a muoversi come in preda a lievi scosse elettriche. Questo va avanti per un bel po’, e presto lei è così umida che riesco a sentirlo sui boxer, così l’afferro e la volto e mi sfilo il resto dei vestiti di dosso in pochi istanti, piazzandomi a cavalcioni su di lei che guarda un po’ imbarazzata.

    Ma nonostante sia schivo nei rapporti personali, in queste situazioni non lo sono mai, così con una mano le massaggio piano il collo mentre con l’altra le accarezzo i capelli, e col bacino mi avvicino a lei che credo capisca, perché il suo sorriso si schiude piano, e le sue labbra mi lasciano entrare con dolcezza. Mi accolgono dentro e mi stringono forte come un abbraccio.

    Per un po’ non ci muoviamo, e l’aria è sospesa come la sensazione di scie colorate che sto provando, con le che mi stringe in bocca fino a quando non mi ritraggo, per poi rientrarle dentro, e così una e due e forse dieci o venti o cinquanta volte, e ogni volta sono un gradino più in alto in una scala di piacere che sembra non avere fine.

    Ma invece inaspettatamente la fine arriva.

    Ed ha la forma del cellulare di lei che prende a squillare, e nonostante io la preghi di non rispondere, lei è già fuori dal letto, e corre nuda verso la cucina dove l’ha lasciato, mentre io mi sdraio sul letto e penso ad qualcosa tipo la spesa che devo fare per domani.

    Penso alla pratica di economia.

    Penso al messaggio di Marta, a cui rispondere.

    Penso … penso a tante cose che non hanno niente a che vedere con me lì.

    Quando Maria torna in camera io sono davanti allo specchio a risistemarmi i capelli: le ciocche sconnesse e ricce che vanno in direzioni disparate e che cerco di ricomporre con ordine meticoloso, io le adoro, forse sono la parte di me che più mi piace.

    Maria mi guarda con un’espressione contratta, come se volesse dirmi qualcosa. Ma da come sussurrava al telefono per non farsi sentire, credo di sapere di cosa si tratti. Io finisco di aggiustarmi i capelli in silenzio e intanto guardo lei di lato nello specchio mentre risistema in camera tutto com’era prima del mio arrivo per assicurarsi che niente rimanga della mia presenza lì, né un odore né una piega nelle lenzuola.

    Quando entrambi abbiamo finito di risistemare tutto, lei accenna un sorriso. Il tempo passa veloce, e siamo già fuori dalla camera. Già in cucina, dove la pasta è ormai fredda e immangiabile. Già lei mi posa un bacio leggero su una guancia e senza che me ne renda conto sono già fuori di casa, con lei che mi dice che ci sentiamo presto e di scusarla, e io che non obietto niente, nemmeno il fatto di non esserci scambiati i numeri, e annuisco in silenzio.

    Esco da lì e prendo a camminare per strada con le idee un po’ confuse: la stessa città non mi sembra più uguale a prima e non saprei dire il perché. Respiro l’aria densa di nuvole e il sole pallido di metà Ottobre: comincia a far freddo qui, ma forse è solo un freddo che ho dentro ora. Non ho la più pallida idea di dove sono, ho in tasca una cartina ma nessuna voglia di consultarla. Comincio a camminare con le mani nelle tasche alla ricerca della stazione del metro più vicina, e forse impiego mezzora a raggiungerla, e nemmeno si tratta della stessa da dove sono arrivato. Prima di scendere le scale decido di chiamare Marta:

    “Ciao” le dico con tono neutro.

    “Ciao, alla fine ti fai vivo” mi dice lei con un tono di finto rimprovero.

    “Per quel caffè?”

    Per un po’ lei sta in silenzio e io pure.

    “Non puoi sempre pretendere che si faccia tutto quando vuoi tu e come vuoi tu”

    “Lo so” le dico “lasciamo perdere se preferisci”

    “Tra un’ora al Sol se ti va bene” mi risponde con la sua solita voce cupa.

    Dico ok mentre scendo le scale del metro e chiudo la conversazione.

    «Ho fame» penso, «mangerò un bocata a Sol mentre l’aspetto»

     

    *** fine cap1. - ottobre- ****

    because the night

    certe volte mi chiedo, se dovessimo riassumere tutta la musica scritta tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 70, e mettere tutte quelle felici ispirazioni in un grosso calderone, per quanti altri anni si potranno tirar fuori da lì ancora pezzi "nuovi" e comunque rispettabili.
    Ma non dimentichiamoci degli originali, della forza delle parole, delle emozioni, della passione di alcuni pezzi, come questo.
    Ci vorrebbe una dedica, ma me la risparmio...
     
     Take me now baby here as I am
    Pull me close, try and understand
    Desire is hunger is the fire I breathe
    Love is a banquet on which we feed

     
    Come on now try and understand
    The way I feel when I'm in your hands
    Take my hand come undercover
    They can't hurt you now,
    Can't hurt you now, can't hurt you now
    Because the night belongs to lovers
    Because the night belongs to lust
    Because the night belongs to lovers
    Because the night belongs to us

    Have I doubt when I'm alone
    Love is a ring, the telephone
    Love is an angel disguised as lust
    Here in our bed until the morning comes
    Come on now try and understand
    The way I feel under your command
    Take my hand as the sun descends
    They can't touch you now,
    Can't touch you now, can't touch you now
    Because the night belongs to lovers ...

    With love we sleep
    With doubt the vicious circle
    Turn and burns
    Without you I cannot live
    Forgive, the yearning burning
    I believe it's time, too real to feel
    So touch me now, touch me now, touch me now
    Because the night belongs to lovers ...

    Because tonight there are two lovers
    If we believe in the night we trust
    Because tonight there are two lovers
     
    ("because the night", Patty Smith)
    28-10-2007

    diamoci un taglio

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    non so ancora se ho sforbiciato troppo stavolta, il risultato lo vedrò solo domani mattina quando dovrò pettinarmi... nel bagno sembrava avessero tosato una pecorella... adesso sono più fresco, più agile, e meno spettinato... metto online una foto non appena posso.
    *
    27-10-2007

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - DODICI (Parte1)

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    La cucina è spaziosa, pulita e luminosa, per nulla simile a quella di casa mia che sembra un ripostiglio polveroso dove due persone riescono a malapena a muoversi. Maria rovista nel frigorifero e nella dispensa tirando fuori a casaccio tutto quello che esiste di commestibile: snack e patatine di varie forme e sapori, formaggio, pomodori, dice “Non è che ci sia un granché!” a metà tra il divertito e lo stizzito “E’ che qui ognuno compra e mangia quello che gli pare senza nemmeno che sia chiaro di chi sia, c’è Jesus poi che spazza via tutto! E poi con te che non mangi carne non è facile…”

    Tira fuori anche uova, uno le scivola lento sulla dispensa senza che lei se ne accorga, sono tentato di lasciarlo fracassare al suolo, poi però lo raccolgo sulla soglia.

    “Non hai mica della pasta?” chiedo.

    “Sì, dovrebbe essercene…ah ecco!” fa lei tirandomi un pacco di spaghetti che afferro al volo. “Ma la cucini te da bravo italiano, che io sono negata a preparare la pasta! Posso fare una tortilla però, hai detto che ti piace no? Vediamo se trovo la cipolla…”

    Mentre l’acqua si scalda e io preparo un sugo semplice con quello che seleziono accuratamente dalla dispensa, Maria ha già preso una bottiglia di tinto e l’ha aperta. Beviamo in silenzio e guardandoci per un po’ negli occhi, finiamo il primo bicchiere quasi subito, e lei mi chiede di riempirli ancora mentre mette su un po’ di musica. La guardo dirigersi verso lo stereo e semplicemente premere play, parte una delle canzoni riascoltate già cento di volte qui, che oramai quasi finiscono per piacermi.

    Dò una controllata al sugo mentre Maria gironzola per la cucina, butta a casaccio in un piatto delle olive e del formaggio già tagliato a pezzetti, me ne offre un po’ e io accetto preso come sono dall’alcool, e dalle sensazioni positive che il bacio di poco prima mi ha lasciato addosso sotto forma di brio elettrico. Non so perché ma nessuno dei due ha voglia di sedersi o di fermarsi, continuiamo a girare per la cucina e a riempirci il bicchiere di vino che presto finisce, a parlare ad alta voce e ridere l’uno dell’altro e delle nostre culture, della maniera diversa di fare che abbiamo. Lei mi racconta di amici italiani che ha conosciuto in un viaggio fatto tre anni prima a Roma, mi dice delle parole che ha imparato e che a stento riconosco come una serie di parolacce e insulti tipici romani.

    Apriamo un’altra bottiglia di vino mentre il sugo è ormai pronto e alla pasta manca poco, le do ancora due minuti perché qui amano mangiarla quasi scotta. Maria mi osserva attenta e sorride lieve ai miei movimenti mentre assaggio e aggiungo un pelo di sale e rimescolo con cura e riassaggio, mi chiede se cucino spesso e io le rispondo che lo faccio sempre a casa mia, visto che mangiare in mensa equivale spesso a rimanere digiuno per un vegetariano come me. Lei fa dei cenni di sì con la testa ma la vedo distante dai miei discorsi, più interessata ai miei movimenti e genti e sguardi e sorrisi. Sono sicuro mi guardi la schiena e forse il sedere quando mi giro verso il fornello, ma ho paura a fare qualcosa per avvicinarmi a lei. Prendo un ciuffo di spaghetti con la forchetta e li faccio passare nel sugo, mi avvicino a lei che sorride come un bambino con le scarpe nuove, si avvicina accorciando fin troppo la distanza che ci separa e finendo quasi al mio lato apre la bocca larga e ben disegnata, rossa di vino e lucido per labbra, morde gli spaghetti e la forchetta pure sporcandosi un po’ le labbra e leccandosele, ride poco lucida e molto lasciva, mastica, dice: “Cavolo che buoni sono!”

    Scolo la pasta e la condisco dividendola in due piatti, lei mi segue incerta ballando lieve al ritmo della musica, si muove sinuosa a movimenti circolari di bacino e io un po’ rido un po’ sono preso dal gioco di seduzione che ormai si spande nell’aria sotto forma di onde calde che viaggiano nel mio stomaco. Poso i piatti e le vado vicino, lei mi balla di fronte e simula gesti sexy, mi mette le braccia al collo mentre mi rendo conto di essere preso da una specie di euforia costante, le poggio le mani leggere sui fianchi e la trovo improvvisamente bella così fasciata dai suoi jeans e un top nero che nascondeva sotto la casacca un po’ da maschiaccia, le faccio passare le mani dai fianchi alla schiena avvicinandola a me fino a quasi impedirle di ballare e muoversi, e poi la stringo fino a fonderla in un abbraccio che la sorprende un po’ e po’ la fa ridere, la stringo e poso leggere le mie labbra sul collo di lei, poi su un orecchio e una guancia e poi alla fine la distanza tra noi è finalmente annullata e siamo a stretto contatto di labbra.

    Ci accarezziamo la schiena e le spalle, ci baciamo a lungo e profondamente fino a sentire il sapore di vino fruttato mescolato alla saliva direttamente in gola. Le sue braccia mi cingono la vita mentre lei sposta un po’ la testa di lato e mi respira in un orecchio, mi bacia e mi mordicchia il collo mentre ci muoviamo a passi incerti un po’ all’indietro e un po’ di lato fino a sbattere contro un mobile ma senza staccarci nemmeno per un istante: la sua lingua scivola dolcemente sulla mia mentre io lascio passare le mani dentro il suo top, le accarezzo la schiena trovandola innocentemente nuda e calda, poi piano glielo tolgo lasciandoglielo scivolare su per la testa mentre lei ha gli occhi ancora socchiusi e le labbra umide, si lascia accarezzare e baciare il seno mentre le sue dita affondano nei miei capelli e li accarezzano. Poi anche lei prende a sbottonarmi la camicia ma con scarsa abilità, ride e mi bacia e insiste un po’ impacciata fino a quando decide di sfilarmela via così a mo di maglia, cosa che nemmeno le riesce facile perché tutti e due ridiamo di gusto; ci abbracciamo e lasciamo che i nostri corpi sentano le curve dell’altro, guardo dall’alto il suo seno compresso sul mio petto, il collo sul quale le cadono ciocche di capelli castane e bionde.

    “Ho un po’ freddo” dice lei

    “Andiamo in camera tua” le rispondo, ma Maria sembra combattuta. Io sono convincente però, mentre lei mi guarda indecisa la spingo piano contro il muro, premo le labbra di nuovo contro le sue e la lingua sulla sua e il bacino contro il suo fino a quando non la sento sospirare e dire “andiamo di là”

    [...]

    povero Egon

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    dà una certa soddisfazione entrare in casa di qualcuno, e osservare otto mini-stampe di Schiele...
    certo, io le guardo da lunga distanza, e penso "è Schiele!" ma qualcuno potrebbe pensare "cazzo, dei quadri con delle fighe in bella evidenza appesi alle pareti..."
    Ecco, credo che il padrone di casa debba aver pensato esattamente questo, quando gli hanno regalato le stampe, o quando qualcuno deve avergli consigliato di comprarle.
    E lui, credendolo un buon argomento di conversazione, ma temendo fosse INOPPORTUNO ;-) piazzarle in salotto... ha deciso di metterle....... in cucina! Eh????
    IN C-U-C-I-N-A !!!???
    Sì, proprio sul frigorifero. A costante memoria delle turbe psichiche dell'autore, della sua manifesta pedofilia, del suo tormento interiore...
    E io che sono in piedi nel salotto, dove invece è appesa una notevole stampa della storia del jazz, mentre alla tv scorre un dvd di tango cubano-gitano credo, non posso fare a meno di ridere. Mi avvicino alla cucina, per osservare meglioil povero Egon appeso sopra il frigo.
    Eccola, la vita che ci aspetta... è fatta di gente che si circonda di piccole cose, che sa chi è Schiele, ma che anche ha una videoteca fornita di film trash, ai quali mescola qualcosa di Kubrik...
    Osservo e rido e non riesco a trattenermi.
    La mia quasi unica conoscenza a Torino non si accorge di niente, nè della mia insofferenza, nè del mio umore, nè dell'assoluta mancanza di senso della mia presenza lì.
    E io sono contento.
    Sì, perchè è bello ogni tanto passare inosservati. Non lasciare tracce.
    Non scomparire, ma semplicemente non essere lì, anche se tutti di guardano.
    Mi fa tanto sentire Soarez. Mi fa tanto sentire bene.
    *
    26-10-2007

    the sweet hereafter

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    ancora un po', e la prima parte della storia che scrivevo a Madrid sarà interamente online.  subito dopo, forse per un po' smetterò di postare.
    tranquilli, va tutto bene. solo che non sono spinto a scrivere di cose contingenti, per ora...

    *

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - UNDICI

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    E’ strano ai miei occhi come a volte mi basti poco per raggiungere quello che voglio, per organizzare la mia vita in una serie ordinata di piccoli desideri che ne nascondono altri, minori come numero, ma molto più grandi; e soddisfacendo i primi mi sembra quasi di fare lo stesso con gli altri, raggiungendo un senso d’appagamento parziale e leggero, sottile e croccante come una frittella zuccherata.

    Penso di iscrivermi oggi in palestra, e il solo pensiero quasi mi rende euforico! M’immagino tra un paio di mesi come rigenerato, in forma, senza bisogni e vizi, bello dentro e fuori di una bellezza fatta di proprie convinzioni, m’immagino che andrò in giro per i paesi che ho visitato a ritrovare quelle persone alle quali per un po’ ho voluto bene, e mi porrò di fronte sfoggiando un corpo nuovo, più sano e più sincero.

    Rimango in casa questa maldita mattina, con un mal di testa atroce, rimetto a posto i vestiti, li lavo e li stiro, faccio un po’ di pulizie, aspetto Pat che verrà nel pomeriggio a colorarmi i capelli, così da domani allo specchio ci sarà un altro me al quale non sarà possibile mentire trattandolo alla stessa stregua di quello di ieri. No! Il me di oggi sarà un tio biondino e con i vestiti ben stirati, la barba tagliata e il sorriso amaro e benevolo migliore che sappia sfoggiare. Sarà un tio che cerca last minute per Parigi, per andare a trovare Fabio lì, o che plantea il suo viaggio ad Atene dalla dolce Milka che si è aggiunta all’ormai fornita collezione di flirt Ellenici che sto mettendo su. Sarà diversa lei? Non so… aspetto un segno che ancora non è arrivato dalle sue mail sporadiche e spoglie, un sorriso disegnato dietro le righe di quello che scrive, tra un ciao e un come va a Madrid, un abbozzo di melanconia per il fatto che no, non sono con lei, o forse solo uno sguardo vago e speranzoso perché sì, tra non molto potremmo rivederci.

    Chissà questo tio che sto per mettere al mondo nel pomeriggio, e che sarà pronto per domani, sarà migliore del precedente, chissà scriverà a Vanessa dicendole che forse forse ci siamo sbagliati a lasciarci andare così, e che dovremmo riconsiderare qualcosa, rifare qualche piccolo passo indietro verso la nostra quasi sepolta paura di non poterci separare, verso il bisogno inconscio che abbiamo di cercarci in continuazione e di rinnegarci con altrettanta frequenza. Chissà davvero sto per diventare questo tipo di persona solo stirandomi i vestiti riordinando la casa  inscrivendomi in palestra, e sbiondandomi i capelli… o forse sto solo vagando nel mio solito mare d’incertezze, e nemmeno ho il coraggio di ammettere di non saper cercare quello che voglio e lottare per conquistarlo.

    Come con Julie, adesso che so che è tornata in Italia e non per rivedere me, adesso che so che per lei probabilmente ero uno scacciapensieri dopo la rottura col suo lui, non quella persona speciale che avrei voluto, adesso che è chiaro che ha mentito, e non solo a me, quando si dispiaceva per i pensieri che ancora avevo su Vanessa quando ero con lei, per le mie indecisioni, per la mia discrezione nel non volere che tutto fosse troppo accelerato tra noi.

     Parlo con un tio che conosco da quando lei arrivò dalla Grecia, e mi dice –sia ben inteso in confidenza- che me la sono portata via, che l’ho sequestrata per farne quello che più mi piaceva, che non le ho permesso di muoversi, di respirare e non so che altro, e io ne rido. Che? Mi ha chiesto lei di stare un altro giorno in Italia e spostare il biglietto del fottuto traghetto, mi ha invitato lei ad Atene il giorno stesso che è ripartita, è stata lei una notte quando io le chiedevo cosa volesse fare dopo la pizza, ad abbracciarmi e guardarmi coi suoi occhioni celesti dal basso e dirmi che non le importava cosa fare, ma solo stare con me.

    Rido… che brava attrice è stata, ed  io ci sono cascato, e ho rinunciato forse per sempre a chi forse per sempre poteva starmi accanto. Che stupido! Milka, forse per questo con lei non riesco a nutrire quella fiducia che merita, e quando le sue lettere si limitano ad un ‘ciao come va’ mi sembra di perdere tempo a sperarci. Forse vorrei solo davvero poco dal nuovo io di domani, vorrei solo che ricordasse quanto un ‘ciao come va’ possa voler dire, quanto un numero di telefono in un mail bianco possa significare, quanto un abbraccio dopo tanto tempo possa regalare, quanto la bellezza di un gesto semplice infranga di colpo tutta l’appiccicosa ipocrisia della mia vita.

    25-10-2007

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - DIECI (Parte2)

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    Andiamo verso la sua stanza attraverso un lungo corridoio poco illuminato, la seguo mentre lei si muove sicura e gira a destra e poi a sinistra e non sembra preoccupata del fatto che io non riesca a vedere quasi nulla al di fuori del suo profilo davanti a me. La seguo mentre mentalmente commento le dimensioni della casa e l’abitudine che hanno qui di dotarle di questi corridoi-serprentina che la percorrono interamente dall’ingresso fino all’ultima stanza, la sua in questo caso.

    Maria mi fa un cenno d’invito ad entrare: la camera è spaziosa e anche piuttosto bella; un paio di grandi stampe di Dalì alle pareti, probabilmente acquistate al Thyssen, fanno da contorno alla grande quantità di schizzi e disegni sparsi in giro o incorniciati e appesi al muro, tutta la stanza ne è completamente piena. Mi avvicino per guardarli meglio ma non ne ho il tempo, nemmeno riesco a domandarle se sono suoi perché lei subito mi indica una scrivania sulla quale poggia un notebook, dice “è quello lì!”

    Mi siedo e scosto dal computer un paio di disegni a matita, più semplici dei quadri appesi ma altrettanto belli, di uno stile più diretto e meno astratto forse.

    “Scusa il casino” fa lei “ma è una specie di posto di lavoro per me.”

    “Sono belli tutti questi quadri che hai in camera, li hai fatti tu?”

    “Non tutti,” risponde lei un po’ imbarazzata “i meno belli forse…”

    “Fai la disegnatrice?”

    “Lavoro per un’agenzia pubblicitaria, produco loghi e immagini per i loro prodotti”

    Accendo il computer e guardo attento il boot, la quantità di memoria, il processore installato…

    “…facevo la vignettista prima, nel giornale di mio padre, poi però sono passata a qualcosa di un po’ più serio…”

    Il sistema sembra un buon sistema, con prestazioni ottime per l’uso che immagino possa farne lei, un’eccellente scheda grafica e una velocità notevole per un portatile…dò uno sguardo veloce ai programmi installati, alla connessione internet, alle cartelle dei documenti e ai file di sistema… tutto sembra a posto, a parte il fatto che un sistema del genere dovrebbe essere molto più veloce di quello che in effetti è.

    “…comunque io la prendo come una cosa provvisoria, non so se avrò voglia di rimanere nemmeno in questa città, o spostarmi magari in un posto con più alternative, e gente meno fascista, come Valencia per esempio…”

    “Ehi ma mi stai ascoltando almeno?” dice lei.

    “Sì. E sto anche guardando quello che potrebbe essere successo al tu computer”

    “Te lo dico io quello che succede, che se apri il programma di grafica e ti metti a lavorare diventa lentissimo, e dopo un po’ si riavvia…”

    Maria si piazza di fianco a me, in piedi perché non ci sono altre sedie in camera, protesa verso lo schermo smanetta col mouse in cerca dei suoi problemi: mi disinteresso del computer e le guardo i contorni della gambe fasciate dai jeans scuri, mi lascio distrarre dal suo profumo fruttato dai toni quasi primaverili, scendo con lo sguardo verso le sue caviglie e gli stivaletti vecchi e semi-slacciati da escursionista in campagna che in Italia sono tipici delle adolescenti un po’ alternative che frequentano centri sociali.

    Mentre lei avvia il programma le chiedo perché quel ragazzo la seguiva stamattina.

    Maria impassibile non muove lo sguardo dal monitor e non risponde niente, tamburella piano le dita sottili sulla scrivania senza staccare la mano dal mouse. Ho paura di aver toccato un tasto scomodo, di averle fatto una domanda che sperava non facessi, di averla delusa anche un po’, per la banalità di non capire che si trattava di un argomento non facile per lei. Ho la sensazione che tutto possa rimanere così immobile nell’aria per qualche secondo e dissolversi senza problemi, senza nemmeno lasciare traccia della mia intrusione, non appena la schermata mi si proporrà davanti e non dovrò fare altro che dimenticare di aver chiesto qualcosa di stupido.

    “Me lo dici?” Le chiedo, ma non è quello che voglio, solo che ancora di meno mi va di concederle il vantaggio di una non risposta “Perché ti stava seguendo?”

    Lei si volta piano a guardarmi, spostando finalmente la sua attenzione dal computer ai miei occhi.

    “La gente sa essere davvero strana a volte” commenta senza che io capisca di chi stia parlando “Che vuoi che ti dica… quello che hai visto vicino alla cabina è un tizio che ho frequentato per un po’,  adesso che è finita lui mi dà il tormento. Ma sono convinta che la pianterà prima o poi.”

    Maria si allontana da me, si gira di spalle e capisco che da adesso non aggiungerà nient’altro.

    Provo a concentrarmi di nuovo sul suo problema col computer, che in effetti si blocca nel giro di pochi istanti… sembra che premendo i tasti non succeda niente, come con un telecomando dalle pile quasi scariche, tutto funziona a tratti e male.

    “Interessante…” commento io per aiutarla a sciogliere la tensione. Apro il pannello dei processi attivi, e guardo quello che consuma più risorse di tutti.

    “Cosa c’è che non va? Si può fare qualcosa?” chiede lei.

    “Ti connetti ad internet da qui vero?”

    “No”

    “Perchè è molto probabile ti sia beccata qualche genere di virus”

    “Ma ti ho detto che non mi connetto!”

    Apro l’antivirus e guardo la data dell’ultimo aggiornamento, risale a tre giorni prima.

    “Da quanto tempo hai questo problema?”

    “Saranno dieci giorni, forse due settimane.”

    Guardo i settings dell’antivirus, ed è tutto attivo, guardo gli aggiornamenti del sistema operativo e sono ok. Sembra tutto in ordine. Faccio un tentativo e ammazzo il processo che consuma risorse. Riapro il programma di grafica, e il computer non si blocca più.

    “Vediamo un po’, forse ci siamo” dico, mentre le disattivo il programma dall’avvio automatico col sistema.

    Maria resta impalata davanti a me, forse un po’ incredula o soltanto disorientata dalle operazioni che sto facendo, come qualcuno che cerca di capire come ha fatto l’idraulico a riparare la perdita, non si sa mai un giorno dovesse ricapitare lo stesso problema. Nervosa, comincia a girare per la stanza mentre io riavvio il sistema perché le modifiche risultino effettive, lei riordina oggetti qua e là, fa una pila di tutti gli schizzi e i disegni sparsi in giro, guarda un orologio fissato alla parete che segna le due e un quarto. Poi non appena il computer ha smesso di riavviarsi provo a riaprire il programma di grafica e lei in un balzo mi è di nuovo accanto, mi poggia le mani sulle spalle e avvicina la testa alla mia per vedere meglio o forse solo per farmi sentire la sua presenza. Ha un odore buono di pane e di vaniglia forse, e mi gira la testa per quanto forte mi prende, fino alla bocca dello stomaco, il desiderio di girare di pochi gradi il collo e posarle un bacio leggero su una guancia, sul collo, sprofondare il naso nei suoi capelli e chiudere gli occhi abbandonandomi al gioco degli impulsi.

    “Direi che è a posto” dico con una certa soddisfazione “niente virus, ma qualche genere di programma che è installato, magari un’altra volta guardo meglio e te lo elimino, ma adesso non ho con me gli strumenti necessari e comunque è disattivato e non dovrebbe darti fastidio”.

    Maria è al settimo cielo, salta per la stanza e mi tira su dalla sedia, dice grazie grazie grazie davvero e i suoi occhi brillano intensamente anche per una cosa così da poco. Mi lascio prendere anch’io dalla sua gioia, ci abbracciamo per un istante stretti e quando ci stacchiamo io sono un po’ goffo rispetto a lei, Maria mi dà un bacio sulle labbra che mi sorprende ma quasi passa inosservato nell’atmosfera di calore e d’intesa e di contatti caldi e un improvvisati delle nostre mani che si sfiorano per pochi istanti, si stringono e si rilasciano e ci ritrascinano con forza uno verso l’altro al centro della grande stanza, mi lasciano senza una percezione precisa della distanza che continua ad allargarsi e accorciarsi tra di noi per non so quanti secondi o minuti, finché in meno di un istante lei sembra averne ripreso pieno possesso, mi fa un cenno come di sì con la testa, respira intenso e dice “Sono affamata, mangiamo qualcosa insieme, vuoi? “

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - DIECI (Parte1)

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    La casa è piuttosto calda e accogliente e questo mi sorprende, o per lo meno mi lascia addosso un senso di lieve inadeguatezza facendo facili paragoni contrastanti con la mia che sa di vento e polvere e sarebbe inadeguata per chiunque che non fosse me o Mariella. Marta evita sempre quando le è possibile le visite da me, appena glielo propongo comincia a trovar scuse per trascinarmi dall’altra parte della città dove abita lei, sostiene che si sente in imbarazzo con Mariella, o che l’indomani deve alzarsi presto per lavorare, anche se poi il giorno dopo la vedo al letto tutta la mattina, e in ufficio non ci va che a mezzogiorno o addirittura nel pomeriggio.

    Siamo passati veloci attraverso l’ingresso-salone fatto di divani azzurri e cuscini poggiati al suolo, un tappeto ampio su cui poggia una mesita bassa di cristallo. Maria entra e mi dice di accomodarmi, lascia le nostre giacche su un sofà, mi chiede se mi va un caffè mentre si dirige automaticamente verso la cucina muovendosi con molta più scioltezza, adesso che è nel suo ambiente. La sento rovistare tra le stoviglie e poi scaldare l’acqua mentre io nell’altra stanza cerco di mantenere un atteggiamento distaccato dalle cose, ma ben presto la curiosità mi spinge a dare un’occhiata alle foto sparse in giro per casa: sono foto di lei e di altra persone, amici immagino, molte scattate nello stesso salone dove mi trovo, ritraggono gente che brinda e che ride o mima strane espressioni, che dorme su uno dei due divani. A vederla così vuota, la casa sembra quasi abbandonata, priva delle emozioni vissute delle quali si avverte però la sottile vibrazione negli oggetti e nelle pareti e nei mobili e nei colori attorno addirittura.

    In pochi minuti Maria arriva con due tazze in mano, me ne porge una mentre comincia a sorseggiare l’altra con noncuranza.

    “Siediti dai” dice indicandomi il divano. Si siede anche lei ma sul pavimento lasciandosi scivolare su un cuscino a gambe incrociate in un movimento elegante e preciso chissà quante volte ripetuto, finisce con la schiena contro una parete e estende e ruota piano il collo per rilassarsi.

    “Vivi qui sola?” le chiedo.

    “No, qui ci abita un mio caro amico. Si chiama Jesus.”

    “I tuoi dove sono?”

    “Mia madre è morta quando ero piccola. Mio padre vive e lavora a Sevilla, fa il redattore in un giornale locale. Ogni tanto quando posso vado a trovarlo. Mi piace la città e mi fa piacere rivedere gente che conosco da quando sono nata e che ancora ci vive.”

    Provo a ricordare Siviglia scavando nel passato dei miei sedici anni, quando durante una gita di liceo passai lì qualche giorno, passando anche per Granada e tutta l’Andalucia: le uniche immagini che mi salgono alla mente sono però in bianco e nero e un po’ sfocate per giunta. Ricordo una grande piazza ed una chiesa in stile gotico forse, una strada con tanta gente, un paio di locali affollati, un mio amico che mostra il sedere alla finestra dell’albergo e niente più.

    “E’ bella Sevilla?”

    “Mah… è bella ma preferisco Madrid, mi piacciono di più le città grandi dove puoi confonderti tra la gente.”

    Le parlo della mia città, o paese forse dovrei dire, un posto di trentamila abitanti sulla costa pugliese dove quasi tutti si conoscono per nome e si salutano per le strade; assicuro che per me Madrid è come Nuova York per uno del Kansas, così immensa e ricca di possibilità da farmi venire le vertigini.

    “Per questo ho scelto di venire qua” dico “Ho sentito forse l’inutilità di continuare a stare in un posto che non mi attrae più e sento ormai non ha più niente da offrirmi”

    “Non ti mancano le persone care? Gli amici, la famiglia, la tua ragazza che ne so…”

    Sorrido divertito come sempre quando mi parlano di amici e persone care. Dico che mi manca forse il mio cane, Shaqy, e niente altro.

    Maria scoppia di nuovo a ridere nella sua maniera spontanea e contagiosa, stendendosi di lato sul pavimento e guardandomi di traverso dal basso, dice “beh, con tutte le telefonate che ricevi francamente mi aspettavo qualcosa di più!”

    Viene da ridere anche a me, la guardo ravvivarsi un po’ le ciocche lisce e risistemarsi con le gambe incrociate.

    “E’ che in realtà conosco tanta gente ma non ho nessun amico vero, ecco perché spesso nemmeno rispondo quando mi chiamano “

    Con ottimo tempismo e per l’ennesima volta squilla il mobile e lei batte le mani e ricomincia a ridere, io scuoto la testa e leggo sul display il nome di Nuria che stavolta opta per chiamarmi direttamente.

    “Non rispondi?”

    “No”

    “Chi è? Un’altra amica che ti rompe?”

    “Non proprio, è una ragazza che ho conosciuto l’anno scorso in Italia. Vive qui a Madrid, mi chiama forse per invitarmi da qualche parte”

    “E tu non ci vuoi andare”

    “No, non ne ho voglia”

    “E allora rispondi e diglielo scusa!”

    “Non è così semplice, sai…”

    “Parli tanto di libertà e di ipocrisie del mondo, ma poi applichi tutto questo solo per le patatine fritte, non riesci a farlo anche nelle cose importanti?”

    Elaboro mentalmente una risposta convincente che mi spiazzi meno di quanto già non sia dopo le sue parole, ma intanto lei si è già rialzata e ha posato la sua tazza di caffè vuota sul tavolino che ci separa, e quasi liberandomi dall’imbarazzo di doverle rispondere aggiunge: “ti va di dare un’occhiata al computer adesso?”

    […]

    24-10-2007

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - NOVE

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    Stento a riconoscere le sensazioni. Sono come annullato dalla voglia di emergere, di tirar su la testa e riconoscere che ancora ho voglia di essere quello che sono e allo stesso tempo di trasmetterlo a chi mi sta accanto: forse, questo mi viene in mente adesso, sono semplicemente troppo complicato per quanto di semplice esiste al mondo. Forse non capisco (o non voglio capire) che i sentimenti verso le persone che mi circondano sono altrettanto semplici, che l’amore e l’affetto passano attraverso gioie quotidiane, fatte di mattine di sole splendente, di passeggiate pomeridiane all’aria aperta, di nottate in discoteca ballando al ritmo di una delle cento canzoni spagnole che conosco già a memoria. Forse è questo che mi manca: apprezzare i dettagli grossolani di una vita semplice, a cavallo tra impegni non rimandabili e semplici pause di emozioni sottili.

    Non provo nessun tipo d’emozione sottile io, sono semplicemente preso da un turbine di radicali sconvolgimenti, che cerco senza stancarmi, fuggendo da tutto il resto che (ne sono certo) non può appagarmi. I miei impegni sono ombre di impegni, non hanno scadenza se non il limite massimo di sopportazione che una vita contorta può raggiungere. Tutto è rimandabile per quanto mi riguarda, tutte le persone che ho attorno non sono altro che dettagli senza importanza, e le scelgo come nel supermercato, quando da buona massaia pianifico cosa mangiare a cena: quanto tempo ho per cucinare, se mi va di mangiare solo o in compagnia, se ho voglia di impegnarmi in cucina o piuttosto sono stanco e svogliato. Così con le persone: le scelgo a caso, e mi butto tra mischie di sensazioni e volti e parole e odori e colori e fruscii differenti, ma non ho bisogno di niente del genere, tanto meglio forse sarebbe non vedere per niente nessuno se non le persone che mi capitano davanti alla uni, o quelle con le quali ho un breve scambio di battute nel metro per esempio, o quanti al bar mi servono la colazione o mi chiedono una sigaretta. Sarebbe come decidere di fermarsi un attimo a comprare un panino e sbocconcellarlo piano per strada, senza perdite di tempo, pensando che il cibo è relativo e alla fine dei conti mangiare una cosa o un’altra fa lo stesso.

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - OTTO

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    Maria vive in una zona di Madrid che non conosco per niente: sono qui da poco più di un mese e la città è davvero molto grande, ma nonostante questo la cosa mi sorprende un po’.

    Abbiamo viaggiato in metro più di quaranta minuti, cambiando linea due volte, e quando siamo venuti fuori del tunnel immenso di svicoli sotterranei di Madrid abbiamo fatto ancora dieci minuti camminando, il che mi ha dato un margine più che ampio d’insicurezza, non avendo nemmeno idea di dove fossimo finiti: da calcoli approssimati che facevo in metro, mentre lei si guardava mezza annoiata la punta dello stivale sinistro un po’ scorticata, ci siamo mossi in direzione nord-nordest lungo la linea viola, che è stata solo l’ultima delle tre cambiate.

    Non abbiamo avuto grandi scambi di battute, tra il rumore e la gente e le scale mobili e il resto, in pratica ci limitavamo a fare commenti sui manifesti delle pareti del metro, o sulle facce della gente nei vagoni meno affollati. Lei mi sussurrava in un orecchio «guarda, guarda quella esasperata da suo figlio» oppure «che bei pantaloni quella ragazza, peccato a me non starebbero mai!» oppure «guarda, la pubblicità della tv fatta da quello che parla italiano!»

    Si trattava di un argentino a dirla tutta, e mi stava pure antipatico ma ho evitato di dirlo a lei. Non è che parlassi molto io, e credo Maria se ne sia accorta. Pensavo alle lezioni d’intelligenza artificiale e ingegneria del software che mi ero perso, alla pratica d’economia che speravo Fabri portasse avanti senza problemi, al fatto che avrei dovuto mettere in ordine quasi tutto nella mia vita una volta arrivato qua, ed invece mi ritrovavo dopo più di un mese con più rogli mentali di quanti ne avessi prima.

    Quando siamo usciti dal metro e abbiamo ripreso a camminare il mio cellulare segnalava un paio di messaggi.

    Uno recita:

    ma ke fine hai fatto?

    La pratica ok, però la prox ti tocca!

    Fatti vivo, Fabri

     

    E l’altro:

    Aspetto, aspetto, aspetto qualcosa da te…

    Che ne dici di Dicembre? Sarò in Grecia

    Se ancora t’interessa rivedermi. Micia.

     

    Cancello quello di Micia. Penso: non andrò a trovarla ad Atene, per lo meno non è probabile, e se anche fosse dovrei fare i conti con lo spettro di Julie lì. Rispondo a Fabri:

     

    imprevisto, come sempre…

    c vediam doman

    se puoi fa copie di appunti. grazie

     

    mentre scrivo Maria continua a voltare angoli di strada in silenzio, cosicché in men che non si dica non ho la più pallida idea di dove sia la fermata del metro.

    Invio il messaggio a Fabri e cancello il suo: io i messaggi sul telefonino li cancello non appena so che non dovrò preoccuparmi di rispondere e faccio lo stesso con le e-mail. Ne ricevo una ottantina al giorno circa, e rispondo a forse venti, cancellando poi quasi tutte: me ne rimangono sempre le solite tre quattro alle quali non ho voglia di rispondere ma so che dovrò farlo alla fine. Mi chiedo, se un giorno dovesse arrivarmi un mail di Vanessa, se lo cancellerei senza pensarci tanto, o se risponderei subito o cosa… non os immaginarlo nemmeno, e il solo pensiero mi diverte.

    Maria si gira verso di me finalmente por dirmi qualcosa, ma con un tempismo incredibile il mio cellulare squilla di nuovo: un terzo messaggio, di Marta stavolta. Mentre lo leggo guardo di lato il sorriso di lei, le dico

    “Mi sono perso una qualcosa di grazioso?”

    Lei ride e scuote la testa.

    “Stavi per dirmi qualcosa vero?”

    “Forse” dice lei

    “Dai smettila di ridere!” dico “Che stavi per dirmi?”

    “Ricevi molti messaggi, vero?”

    “Sì,” rispondo “è che la gente non sa che fare e ti scrive messaggi, io per esempio non lo faccio mai, è una cosa che non sopporto, mi rende nervoso star lì a pulsare bottoncini per far venir fuori lettere che non sono mai quelle che vuoi. Poi magari ti squilla il telefono quando hai quasi finito e ti va via tutto e devi ricominciare!”

    “Ma dai! Ti ho appena visto scriverne uno…”

    “Sì è vero, ma si tratta di un’eccezione. Di un amico al quale puoi dire: a domani. E ci metti il tuo nome, e già sta. Per il resto non rispondo quasi mai, al massimo chiamo se proprio mi sembra il caso”

    “Sei un po’ borde tu!” dice lei. Borde non ha un equivalente in italiano. Vuol dire un tipo spigoloso, con cui bisogna stare attenti a come si parla, e che non dà molta confidenza.

    “Non si tratta di questo…”

    “Come no! Uno ti scrive e tu nemmeno rispondi”

    “Ma dipende! Questa mia amica Marta, per esempio, mi chiede se mi va di prendere un caffè con lei dopo pranzo”

    “E non ti va?”

    “Non so”

    “E che le rispondi?”

    “Niente, che vuoi che le dica, che non so se mi va?”

    “Eh, alla meglio…”

    “No invece, perché per sapere se mi va ho bisogno d’elementi che un messaggio non ti dà”

    “Che elementi scusa?”

    “Il tono della voce, le parole di circostanza, la sottile vibrazione d’imbarazzo che provi nel chiedere qualcosa a qualcuno sapendo che potrebbe dirti di no e inventare una scusa in maniera troppo improvvisata per essere mascherata da verità”

    “Tutto questo per un caffè?”

    “Già, un caffè o una scopata. Non fa differenza”

    Maria mi guarda ancora di lato, finché non rallenta il passo fino a fermarsi, dice

    “Che tipo strano sei!”

    “Sono solo un tipo” le dico fissandole gli occhi scuri  “manca molto a casa tua?”

    “Sta qui!” dice lei indicandomi il portone con un gesto della testa come un sì al contrario “Già siamo arrivati”

     

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - SETTE

    (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
     

    Oggi leggevo la posta elettronica all’università.

    Mi è arrivato un mail di Micia, mi chiede se alla fine andrò in Finlandia oppure no. Ricordo di averglielo raccontato della Finlandia, ma non so più quando. Però se lo ricorda. Mi dice «Mi sto organizzando, vediamo un po’ se riesco a venirci anch’io» e questo mi fa sorridere, perché sono contento di rivederla dopo tanto tempo. Ha continuato ad invitarmi in Grecia per mesi, e ora c’incontriamo in Finlandia. Dopo i saluti affettuosi si firma Micia, come mi piace chiamarla, e aggiunge tra parentesi ‘solo per te’. Mi piace chiamare alcune persone a cui tengo, con nomi con cui nessun altro le ha mai chiamate.

    Rispondo:

     

    cara Micia,

    avevo pensato di inviarti la foto promessa, quella in cui sei così carina anche se non sorridi. mi spiace non averlo ancora fatto ma sai che sono molto impegnato ora con la uni e con l’organizzazione degli eventi, di fatto te l’avrei spedita domani stesso, ma ora non ce n’è più bisogno se vieni in Finlandia vero? te la darò lì, promesso! che bello, mi fa davvero molto piacere rivederti, non vedo l’ora. Un abbraccio.

     

     

    Dopo un’ora forse, arriva Mercedes: è da questa mattina che va su e giù per la biblioteca, immagino abbia molto da fare. Chiacchiera un po’ con Lorena mentre io continuo a leggere gli 80 messaggi quotidiani in arrivo uno ad uno e con noia abituale. Poi però si rivolge a me, mi dice in un ritaglio di tempo

    “Sai la ragazza di Valladolid che ci presentò l’anno scorso in Italia?”

    “Nuria” dico io.

    “Esatto. Lavora e vive qui a Madrid ora, lo sapevi?”

    “No” rispondo, anche se non è vero. So che vive qui, ma non che lavori.

    “Mi ha chiesto il tuo indirizzo di mail, o se vuoi ti dò il suo, così le puoi scrivere”

    Continua a sorprendermi questo modo di fare a volte così formale a volte così diretto degli spagnoli. Lascio a Mercedes l’indirizzo e il mio numero di telefono, sul foglietto scrivo anche il nome, chissà ce ne sia bisogno… Guardo Lorena e lei mi guarda di sfuggita, continua a fare le sue traduzioni di tedesco senza farmi molto caso, ma so che ha sentito tutto.

    Dopo ancora un’ora o giù di lì, mi arriva un mail di Giselle. Sostiene che non ho risposto al suo precedente, e si chiede se mai l’ho ricevuto.

    L’ho ricevuto.

    Dice che pensava di venire a Madrid per l’evento di cine che stiamo organizzando. E’ carina come sempre, ma stavolta non posso fare a meno di sospettare che lo sia perché ha bisogno di qualcosa. Mi dice che le fa molto piacere rivedermi qui a Madrid. Sorrido ma non so se è il caso.

    Rispondo:

     

    Cara Giselle,

    anche a me fa molto piacere rivederti. scusami se non ti ho risposto prima, ma sono pieno di cose da fare nell’organizzazione degli eventi, e anche con lo studio di tanto in tanto ;)

    che bello che hai deciso di venire, non vedo l’ora! un abbraccio

     

    Aggiungo il mio nome e invio.

    Lorena seduta alla scrivania ogni tanto mi guarda, non dice niente e mi guarda…

    Apro un messaggio vuoto e l’indirizzo a Rafa. Scrivo :

     

    Rafa,

    per l’evento che stiamo organizzando, controlla se c’è Giselle M. tra le richieste di partecipazione. se c’è mettila tra i selezionati per favore, è una mia amica…

     

    Saluto Rafa che vedrò domani probabilmente.

    Dopo ancora un po’, leggo un messaggio in arrivo. E’ di Nuria. Dice se mi ricordo di lei, e che lei smette di lavorare alle sette ogni giorno, e le piacerebbe molto se ci vedessimo per prendere qualcosa da bere. Segue il suo numero di tel e l’indirizzo di casa. Mi chiedo se Mercedes le ha inviato un sms o cosa, perché davvero è stata fulminea nello scrivermi.

    Rispondo :

     

    Cara Nuria,

    anche a me farebbe molto piacere rivederci. è strano che dopo tutto pur vivendo ora nella stessa città non ci siamo mai incontrati, ma madrid è così grande! adesso però sarebbe perfetto anche perché io ho meno da fare con l’università e gli studi, e sto sempre qui in ufficio a scrivere mail. che noia! facciamo quando va bene a te, solo mandami un mail o un messaggio al mobile e ci accordiamo. non vedo l’ora! un abbraccio

     

    Lorena continua a guardarmi traducendo il suo testo in tedesco, ed è strano come la sua presenza mi risulti scomoda mentre ricevo mail da amicizie passate e sepolte, almeno così credevo. Faccio in modo di non incrociare il suo sguardo col mio per non sentirmi in colpa.

    Poi è lei che mi guarda e dice “ti va una pausa caffè?”

    Rispondo di sì.

    Mentre scendiamo le scale per la caffetteria, ripenso a quello che ho scritto a Micia Nuria e Giselle. Penso che non ho alcuna voglia precisa di vedere nessuna delle tre. Penso che ho una voglia precisa solo di tornare immediatamente in Italia, per rivedere Vanessa. Ma non si può.

     Mi chiedo se mai comincerò un giorno a vivere una vita mia diversa da quelle che gli altri desiderano che viva.

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - SEI (Parte 2)

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)

    [...]

    Poi dice: “Questa è una cosa particolare, un incidente accaduto oggi” poi prima ancora che possa cogliere l’occasione per chiederle qualcosa di più aggiunge “E tu cosa studi allora?”

    Siamo seduti a chiacchierare da forse venti minuti e mi sembra incredibile quanto leggera si sia fatta la conversazione, fuori da tempi e spazi e modi che possano trattenerci sospesi sulla linea dei desideri, delle emozioni, dei sentimenti positivi e negativi; siamo al di qua di questa linea, in un territorio fatto solo di casualità, di dialoghi non-finalizzati di due amici che si rivedono dopo un po’ e si raccontano cose.

    “Maria…”

    “Daniél…”

    “Daniele!” preciso io.

    “Vale: Danììeele, sta bene così? “

    “Più o meno” replico io stringendomi nelle spalle.

    Qui si sorprendono molto di banali nomi italiani, soprattutto: Michele (lo leggono ‘Miciel’), Stefania (Estefanìa), Nicola (ridono perché pensano sia un nome di ragazza), Fabrizio (Favritcio). Finiscono per pronunciarli nei modi più strani, poi si lamentano quando noi storciamo il naso a sentire i loro: Maria José (‘Maria Giuseppe' si usa per le donne), José Maria (Giuseppe Maria, per gli uomini), Pilar (‘pilastro’, nome di donna), Consuelo (‘consolazione’, fa coppia con la nostra ‘addolorata’, noi evidentemente siamo più pessimisti), Esmeralda…e via dicendo…

    Osservandola non credo sia veramente interessata a sapere cose di me, specialmente se tanto banali. Finisco con una lunga sorsata la birra che ho davanti.

    “Studio informatica alla politecnica, … Maria”

    “Ah davvero, anche tu? E’ incredibile quanta gente conosco che studia informatica, ma è così interessante? Daniiiele?”

    “Credo sia interessante quanto tante altre cose, e noiosa quanto tante altre cose, dipende dai punti di vista e da quello che ti piace”

    “E a te ti piacciono i computer vero?”

    “Non è che mi piacciano, studio come funzionano, è diverso. Non passo tutto il tempo a smanettare col mouse chiuso nella mia stanza”

    Maria mi guarda poco convinta, accenna un sorriso che si scioglie però immediatamente in una piega preoccupata o quanto meno pensierosa del volto.

     “Io li odio” dice “Vorrei non li avessero mai inventati e vorrei non saperli usare Ma ti costringono ad usarli, che se non sai come allora la società dove vivi dice che sei fuori dal mondo o sei fuori da tutto.”

    “E sarebbe questo è poi un problema?” le dico “Potrebbe anche essere un vantaggio no? Star fuori da tutto, non seguire quello che sembra bene agli altri se non ci piace, essere liberi di decidere di comprare o non comprare delle patatine fritte in un Mc-Donald”

    “Che dici?” fa lei ridendo a bocca aperta “Patatine fritte?”

    “Esattamente!”

    “Che pasa con le patatine fritte?”

    “Che ti obbligano quasi a comprarle, che sei uno stupido se non le compri, perché è chiaro che se prendi un panino ed una bibita devi assolutamente aggiungere venti duros e prendere tutto il menù già fatto che include le patatine”

    “E non ti piacciono le patatine?”

    “Io detesto le patatine, ma non è questo, è che non voglio che mi obblighino a comprarle!”

    La vedo ridere di nuovo “Ci vai spesso tu nei Mc-Donald?”

    “No, mai” rispondo io “Sono vegetariano”.

    Maria quasi si strozza con la coca cola, ride rumorosamente aprendo le grandi labbra e mostrando denti bianchi e perfetti

    “Scherzi?”

    “No”

    “Sei vegetariano?”

    “Sì”

    “E non mangi carne di nessun tipo?”

    “Esatto”

    “E il pesce?”

    “Nemmeno, non mangio cose con occhi e bocca come me”

    “Nemmeno frutti di mare?”

    Stavolta sono io a ridere, dico “no, nemmeno”.

    “Ma non hanno occhi e bocca come te”

    Stavolta ha ragione. Dico, “ok, ma tanto non mi piacciono i frutti di mare”

    “E non hai mai provato la paella, la empanada gallega, la pasta alla bolognesa?”

    “Non le prime due, ma mi piace molto la tortilla, se questo può farti star meglio.”

    Lei mi getta un’altra occhiata diretta, non dice niente e stavolta non so davvero cosa le passi per la testa. Rimaniamo un po’ zitti ad osservarci e a sorriderci, io le guardo le mani belle e ricche di anelli: ne ha tre su quella destra, due sulla sinistra, di dimensioni colori e forme disparate. Mi piacciono le sue mani perché sono curate ma non appariscenti: ha unghie perfettamente tagliate corte, dita piuttosto lunghe e sottili di un colore marroncino pallido, ti tendenza quasi sudamericana. Tutta la sua pelle è scura, compreso il volto ovale contornato di mandibole ben disegnate e zigomi alti. Ha davvero un bel viso, e non capisco perché quasi mi costa ammetterlo: le orecchie un po’ piccine sono adornate da una schiera di orecchini che sebbene mi sforzi non riesco a contare, potrebbero essere cinque o sette, non saprei. E come se non bastasse porta un brillantino al naso anche, e forse per questo mi dà l’idea di sudamericana tipo, di tendenze un po’ punk forse.

    Penso che mi piacerebbe forse conoscerla meglio, ma in modo diretto, senza seguire le tipiche tappe del conoscersi tra ragazzi: vorrei essere invisibile per poterla seguire a casa, osservarla mentre si prepara per uscire, o mentre semplicemente rimane sdraiata sul divano a guardare la tv; ascoltare le sue telefonate e capire cosa fa la sera subito prima di addormentarsi: se legge o ascolta musica in cuffia, o semplicemente pensa osservando il soffitto con sguardo assorto. Per capire se mi piace provo a proiettarmi in un’incerta visione di me e lei mentre ci baciamo: è una cosa che faccio spesso questa, e subito capisco se davvero ci potrebbe essere qualcosa tra me e l’altra persona, o se semplicemente ci sto perdendo tempo perché mi incuriosisce, cosa che accade non raramente. Stavolta però non ho il tempo di inquadrare l’immagine perché lei m’interrompe e mi chiede:

    “Sei bravo allora?”

    “Bravo in cosa, scusa?”

    “Con i computer” fa lei finendo di sorseggiare la coca “non hai detto che studi i computer? Saprai come funzionano!”

    “Abbastanza” dico io “ma non è che ci voglia un esperto ormai per questo”.

    “E potresti farmi un favore allora? Verresti a casa mia a dare un’occhiata al mio? E’ che tento da non so quanto di lavorarci ma è impossibile, sembra non voglia funzionare più”

    Io sorrido un po’ imbarazzato per la proposta, o forse sono solo lusingato da come si sia presa la libertà di invitarmi da lei non conoscendomi per niente.

    “Non so” comincio a dire “io non sono un tecnico, e poi… quando dovrei venire?”

    “Se non hai da fare, anche adesso!”

    “Non ho da fare niente di non rimandabile, ma mi dici cosa esattamente non va? Perché forse non sono nemmeno la persona giusta per risolverti il problema!”

    “Non lo so” fa lei ”Non funzionano più i programmi che voglio… e mi servono per il lavoro, solo che non ho tempo e soldi per portarlo in assistenza, per cui…doveva venire un mio amico a darmi una mano ma poi mi ha fatto arrabbiare…”

    Mentre parla le squilla il cellulare e così comincia a frugarsi addosso.

    Chiedo il conto al cameriere con un gesto esplicito mentre lei va avanti col biascichio di parole sconnesse in frasi confuse, lui scrive due righe su un foglietto e me lo porge. Pago e lascio qualcosa di mancia, lui mi dice grazie e scompare nel bar.

    Maria non accenna a pagare, solo dice “grazie” e scappa via giù in strada col telefono in mano.

    “Va bene” rispondo quando già non mi sente “Andiamo a dare un’occhiata a questo computer.”

    now available also on...

    da adesso, mi trovate linkato pure dal sito del blog di Bari:
    ammazza... mi hanno chiesto di linkare anche loro, e boh, mi pare interessante anche se non ho avuto tempo di vedere il sito ;)
    grazie grazie, magari mi aiuta a migliorare i miei rapporti sociali coi Baresi.
    *
    23-10-2007

    the edge of sorrow

    Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

    Nel caso vi interessasse guardare le gallerie con le altre foto: http://www.dreamingaloud.com/Gallerys/

    OTTOBRE: conoscersi e piacersi - SEI (Parte 1)

     

     (questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)

     

    Al bar siamo seduti su sedie bianco-plastiche. Visti dall’esterno potremmo sembrare vecchi amici che chiacchierano tranquilli in mezzo alla gente che affolla i locali di Madrid nel pomeriggio, tomando cervezas o andando di tapas: siamo due tra tanti e potremmo essere chiunque e quindi nessuno. Lei ha smesso di guardarsi attorno e sorseggia lentamente una coca da un bicchiere cilindrico riempito con quattro pezzi di ghiaccio della stessa forma del bicchiere.

    Siamo a metà ottobre, eppure il ghiaccio è fondamentale nelle bibite di Madrid. Arriva quasi all’orlo del bicchiere e lo riempie per forse tre quarti, cosicché quando ci versi dentro la coca te ne rimane più di metà nella bottiglietta, il che non sarebbe un problema se non fosse che la stessa cosa accade quando chiedi un cocktail: ti versano l’alcool nel bicchiere che quasi si riempie all’orlo e poi ti mettono accanto la bottiglietta d’analcolico senza possibilità alcuna di riuscire a trovare le proporzioni tra alcool, bibita analcolica e ghiaccio. E’ uno dei motivi per cui odio ordinare copas a Madrid.

    “Non è troppo fredda con tutto quel ghiaccio?” provo a chiederle, così tanto per dire qualcosa.

    Sono seduto davanti ad una sconosciuta che mi aspettava fuori dal negozio e mi seguiva per qualche isolato prima di piombarmi alle spalle e squillare un “Hola!” e scoccare un sorriso per la mia performance di poco prima che le ha permesso di dileguarsi senza farsi notare.

    “Sta bene così” dice lei, poi sollevando per un attimo lo sguardo dal bicchiere ai miei occhi chiede “di dove sei tu?”

    Le dico di essere italiano, sorrido un po’ di sfuggita per essere stato riconosciuto così in fretta come straniero nonostante mi sforzi di simulare il modo di parlare di qui, ma non c’è verso. Una volta lessi un saggio sulle relazioni tra il modo di parlare e il carattere di una persona; tra le altre cose affermava che esistono due classi di persone: quelle che immediatamente fanno proprio il modo di parlare della gente che li circonda; all’estero per esempio imitano l’accento del posto, e quelli come me che invece pur conoscendo bene una lingua, conservano il loro abituale accento e il modo di parlare.

    “Non sembri proprio italiano” dice lei, e mi aspetto qualche genere di commento aggiuntivo che motivi tutta questa sicurezza, ma non arriva. Solo scuote la testa come a mimare una negazione di nonsocché. Come se per qualche strana ragione dovessi mentirle.

    Il saggio proseguiva dicendo che coloro i quali amano imitare l’accento del posto hanno un carattere aperto e disponibile, una mentalità libera da inibizioni. Le altre invece sono persone poco inclini ai cambiamenti, con una personalità forte e ben disegnata che tentano di imporre agli altri. Dopo aver letto queste cose decisi di imitare gli spagnoli nel loro modo biascicato, poco raffinato e un po’ guarro di parlare.

    “Parli molto bene lo spagnolo tu, ma si vede che sei straniero. Solo che non pensavo italiano.”

    Non credo in realtà di parlarlo tanto bene, ma già so quanto qui siano portati all’esagerazione, dicono «genial!» di una cosa carina, dicono «estupendo!» di qualcosa di bello, dicono «perfecto!» se sono semplicemente d’accordo.

    “Non lo so” fa lei, sorride lieve e rialza gli occhi solo per un attimo per incontrare i miei, “sei… così… un po’ formale, rigido nei modi di fare…mi hai dato la mano per presentarti.. gli italiani non sono mica così!”

    In Spagna se sei un ragazzo, le ragazze devi baciarle sempre anche se appena conosciute. Si dice «piacere» e si danno due baci sulle guance e senza darsi la mano. Il primo bacio va a sinistra. Le spiego che io bacio tutti i miei amici, ragazzi e ragazze, mentre preferisco salutare con un cenno tutti gli altri, e stringere la mano solo per presentarmi, perché mi sembra più educato che non fare niente.

    “E non ti sembra più caloroso presentarti ad una ragazza dandole un bacio?”

    Non dico niente, solo scrollo le spalle.

    Lei si mette a ridere di nuovo, e stavolta in modo improvviso e rumoroso: rovescia la testa all’indietro e singhiozza come un’auto a freddo, poi appoggia la fronte su una mano e il gomito sul tavolo e biascica parole che non afferro. Io sorrido appena, ma non ce n’è davvero motivo, guardo la gente attorno nel bar ma nessuno sembra badare a noi: ci sono un paio di uomini ad un tavolo che discutono consumando velocissimamente una quantità enorme di olive e gettando i noccioli a terra, una donna sola vestita con pantaloni a costine grigi e una felpa azzurro opaco alle prese con un super panino al prosciutto, un paio di coppie come me e lei adesso.

    All’improvviso mi sembra strano stare qui a parlarle di modi di salutarsi, con lei che ride felice di non so che, quando poco prima era presa dal panico accovacciata accanto a me. Avrei giurato che mi avesse raccontato una storia strana e forse affascinante sul perché la stessero inseguendo, su come e quando tutto era cominciato, sulla paura che provava e il rancore forse, ma niente del genere. Sembrava solo presa da un’ansia di correre indietro veloce al riparo di sensazioni piacevoli, dialoghi improvvisati e non pensieri, aveva questo modo vago ma diretto di fare che riconoscevo come non mio e per questo forse mi piaceva.

    Forse si aspetta che le chieda perché ride, ma non glielo chiedo. Allora è lei a chiedermi se sono in vacanza a Madrid, se sono solo, se lavoro studio o cosa, di che città d’Italia sono. Fa tutte queste domande una dietro l’altra e senza aspettare una risposta.

    Io le spiego che studio a Madrid, che ci rimarrò per un anno almeno, per l’Erasmus e cose così. Poi chissà. Lei mi guarda di sfuggita e fa cenni di sì con la testa, mi chiede quanti anni ho. Le dico la mia età e la vedo stringersi nelle spalle, “sembri un po’ più grande” dice con aria quasi delusa. Delle altre cose che mi aveva chiesto, sembra aver perso interesse.

    “Ma perché hai quest’aria seria, come se c’è qualcosa che ti preoccupa?”

    “C’è sempre qualcosa così in ognuno di noi” le dico.

    “Non è vero” Dice lei. E sorride di nuovo. Mi dà l’impressione di avere qualcosa di divertente sulla faccia. Mi guarda e ride di gusto. Così glielo chiedo, le dico “ma ridi di me… o non so…”

    E lei di nuovo sbatte i palmi delle mani sulla mesa e ride, dice “no no… che vai pensando! E’ che mi fa ridere quando uno è così serio! Ma perché sei tanto serio?Me lo dici?”

    Mi stringo di nuovo nelle spalle, dico “è che mi pareva ti seguissero poco fa, che fossi preoccupata”. Lo dico di nuovo tanto per dire, ma la risposta vera è che non rido molto e punto.

    La vedo stingere i toni felici del suo viso fino a quando non sfumano di nuovo in quell’espressione tesa di prima, come se le avessi appena ricordato qualcosa di molto spiacevole che le era per un attimo passato di mente, riprende a gettare occhiate attorno, come se chiunque o qualunque cosa potesse saltarci addosso all’improvviso.

    […]

    Siete proprio dei pulcini

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    Avevo 13 anni, la prima volta che mi negai il cibo per un bel po' di tempo.
    La verità, che mi spinge a non provare affatto pena per chi fa questa scelta, è che senza cibo si sta bene.
    Mangiare, ci riempi di endorfine. E può essere un palliativo, in alcune occasioni.
    Non mangiare però, ma non farlo per diversi giorni dico... invia al cervello centinaia di messaggi di allarme, quello che forse è noto come istinto di sopravvivenza.
    Il controllo... è fondamentale...
    Stamattina alle sei ho fatto un bagno caldo, mi sono concesso di sorridere come uno scemo nella vasca piena di sali profumati e bagnoschiuma al vago sentore di cocco, accarezzando coi polpastrelli la pelle nuda delle gambe e del petto. Dentro di me, non vivono più gli stridori di un tempo.
    "cosa mi può più interessare?"
    raggiungi un punto tale di conoscenza di te stesso, che il dolore e il piacere finiscono per sovrapporsi, in una sensazione intensa e pungente, che ti fa stare bene e male.
    mi immagino di poter avere tutto quello che voglio qui, continuo a dirmi nella vasca.
    mi immagino di uccidermi con la lama tagliente delle forbici che uso per i capelli, aggiungo.
    sarebbero entrambe esperienze interessanti.
    quando ti conosci a fondo, sei felice comunque.
    quando sei felice, sei triste perchè sei tu stesso la ragione della tua gioia, perchè sei riuscito a fare largo attorno a te.
    dammi gioia. flash.
    dammi speranze deluse. flash.
    dammi dolore. flash
    dammi un orgasmo. flash
    *
    Sono così dispiaciuto che tu
    non riesca a capirlo
    Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo
    E se sto gemendo di piacere è che
    Sarò vecchio, sarò passato ma
    Sto per venire
    Cosa mi può più interessare
    Cosa mi può più interessare
    Vi guardo con l'occhio del pitone
    Così vivi caldi e il resto
    Bisogna sceglier bene ma bisogna sceglier presto
    Dite che vi va di creare
    Siete proprio dei pulcini che mi va di mangiare
    Cosa mi può più interessare
    Cosa mi può più interessare
     
    22-10-2007

    comitragicità

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    non mi interessano gli amplificatori

    graCIANO scrive:

    :(

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    lo sai

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    è giusto x fare 4 chiacchiere

    graCIANO scrive:

    :(

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    che c'è?

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    dai piccino

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    di qualcosa

    graCIANO scrive:

    bah

    graCIANO scrive:

    la mia vita fa schifo

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    si

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    è vero

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma c'è di peggio

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    e anche la mia adesso non mi pare un granchè

    graCIANO scrive:

    beh

    graCIANO scrive:

    si dice mal comune mezzo gaudio

    graCIANO scrive:

    ma a me pare na strunzata

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    beh

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    se posso essere sincero

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    saperti triste un po' meglio mi fa stare

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    dici che è una cosa brutta?

    graCIANO scrive:

    si

    graCIANO scrive:

    brutto porco bastardo

    graCIANO scrive:

    mi auguri la tristezza

    graCIANO scrive:

    merdoso

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma no

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    non è che te lo auguri

    graCIANO scrive:

    io ti auguro successi e richezze

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    è che il fatto che tu sia triste mi fa sentire meno solo

    graCIANO scrive:

    solo di  scoparti una supermodella

    graCIANO scrive:

    quello no

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    beh

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    se potessi scegliere

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    a te augurerei la supermodella

    graCIANO scrive:

    è che la mia vita fa cagare

    graCIANO scrive:

    punto

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    la mia non fa tanto cagare

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma sono profondamente triste

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ti ricordi

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    quando mi dicevi circa un anno e mezzo fa

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    che ero triste perchè la mia vita faceva cagare e non avevo motivazioni?

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    beh ti sbagliavi

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    cazzone

    graCIANO scrive:

     

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ora ho tante ragioni per essere soddisfatto

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma sono triste lo stesso

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ciola!

    graCIANO scrive:

    ma che  dici

    graCIANO scrive:

    che soddisfazzioni hai

    graCIANO scrive:

    un lavoro

    graCIANO scrive:

    un po' di soldi

    graCIANO scrive:

    qualcosa da fare

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ho finito di studiare

    graCIANO scrive:

    e

    graCIANO scrive:

    questa è la vita

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ho degli amici che mi vogliono bene

    graCIANO scrive:

     è che non comincia fra un po'

    graCIANO scrive:

     non è il cinema

    graCIANO scrive:

    che si accende lo schermo

    graCIANO scrive:

    è solo tempo che passa

    graCIANO scrive:

    tic toc

    graCIANO scrive:

    e non torna

    graCIANO scrive:

    e quello che ti di sembra di  capire

    graCIANO scrive:

    forse non lo capirai mai

    graCIANO scrive:

    e se hai la sensazione che manchi qualcosa

    graCIANO scrive:

    quel qualcosa di importante

    graCIANO scrive:

    che da' un senso a tutto

    graCIANO scrive:

    beh

    graCIANO scrive:

    forse è la speranza

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    no

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    è questo che volevo dirti

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    non mi manca niente

    graCIANO scrive:

    non so se augurarti davvero di trovarlo

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    e strano a dirsi

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    nessuno

    graCIANO scrive:

    e allora vivi e basta

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma sono triste lo stesso

    graCIANO scrive:

    che  vuoi

    graCIANO scrive:

    boh

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    perchè il mondo non è come vorrei

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    non è colpa mia

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    non posso farci nulla

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    sono gli altri

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    a volte

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    vorrei che morissero tutti

    graCIANO scrive:

    eheh

    graCIANO scrive:

    pure io

    graCIANO scrive:

    maledetti bastardi

    graCIANO scrive:

    sei schizofrenico

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    anche quelli a cui tengo di più finiscono per deludermi profondamente

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    e allora penso: a che serve

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    mah

    graCIANO scrive:

    bah

    graCIANO scrive:

    sei patetico pure nelle frustrazioni

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    hai ragione

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    ma che vuoi farci, non si può essere fighi in tutto

    graCIANO scrive:

    eheh

    graCIANO scrive:

    ma no

    graCIANO scrive:

    spero ti vada bene

    graCIANO scrive:

    davvero

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    e dato che sono patetico quando sono frustrato, credo che passerò al contrattacco

    graCIANO scrive:

    lo so che è difficile

    graCIANO scrive:

    e io non ce l'ho fatta

    graCIANO scrive:

    magari sei piu' forte tu

    graCIANO scrive:

    o magari

    graCIANO scrive:

    ti innemorai di qualcuno o qualcosa

    graCIANO scrive:

    e scorderai tutto

    graCIANO scrive:

    credo che tutti facciano cosi'

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    si

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    spero

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    di innamorarmi di qualcuno che esista

    A*nto - (you don't know me) scrive:

    sarebbe già un buon inizio

    graCIANO scrive:

    beh si

    graCIANO scrive:

    è piu' pratico

    il cielo stellato, la legge morale...

    Nessuno che ti fa del male, dovrebbe mai arrogarsi il diritto di non voler perdonare il male che le hai fatto.
    Io sono sereno.
    Il passato, non è un incubo per me. Lo affronto, e non sono costretto a riviverlo.
    Anche dopo aver perso tutto, mi rimarrà la consolazione di non aver chinato la testa al gioco perverso.
    *
     
    *