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11/26/2007 Balene e sperma Già, cosa c'entra???
Più di quanto pensiate: non tutti sanno che, infatti, il capodoglio -che è un tipo di Balena ma coi denti- si chiama così per la sostanza oleosa e biancastra che ha sulla testa, e che è stata all'inizio scambiata per sperma (non voglio immaginarne la ragione...)
Ecco perchè gli inglesi -che non sono fantasiosi nel dare i nomi alle cose, altrimenti non chiamerebbero l'ombelico "bottone della pancia"- hanno chiamato il capodoglio "sperm whale", ovvero "la balena-sperma", di cui lasciamo una diapositiva, nonchè il link a Wiki:
Bello no? Chissà com'è felice il capodoglio...
E rimanendo in tema: avete idea della quantità di sperma emesso da una balena in un rapporto sessuale? Beh... siamo nell'ordine dei 1500 litri... e non è che le balene trombino poco... anzi, ne fanno circa sei al giorno (suvvia non siate invidiosi/e).
C'è qualche simpaticone che si è preso la briga di calcolare la probabilità che abbiamo di ingerirne nuotando placidamente al largo...eheheh.... vi lascio il link, nel caso ne siate interessati....
Salute!
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11/24/2007 un momento da tempo atteso
Al Torino Film Festival, tra vecchi film-capolavoro, e nuove proposte giovanili, compro un biglietto "storico" per un documentario parte della serie "i confini d'Europa", scritto dall'unica mia ex che continuo a frequentare, anche perchè è la mia più cara amica.
Ci vediamo per pochissimo, visto che lei ormai è una persona ricercata e impegnata -non come me- e che poi tanto ci vedremo presto a Bari, dove (that's incredible) verrà presto proiettato al cine uno dei suoi lavori. Così possiamo festeggiare...
Al termine della proiezione ci sono le domande al regista, lei rimane al sicuro seduta accanto a me, e commentiamo ridendo un po' le domande un po' le risposte. Mi immagino come sarebbe lei se stesse lì a rispondere. Glielo dico, mi risponde che a Locarno le hanno pure fatto una domanda... ehehe...
All'uscita ci salutiamo. Appena ci chiediamo come va. Le leggo un sms per risponderle. Poi l'abbraccio e vado via, e strano a dirsi sono contento.
A volte è rassicurante pensare che non ti importi di nessuno. Ma è anche bello ricordarsi che non è proprio così.
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11/22/2007 IndifferenceSul cielo grigio di Torino, in mezzo al traffico, con lo sguardo ancora assonnato e la testa a quello che devo fare durante la giornata: lavoro, spesa, programmazione dei tempi per i film del Torino Film Festival che voglio vedere, ... in questa atmosfera, mi rilassa e mi aiuta lasciarmi cullare dalle tristi note e dalle rassegnate parole di questo bel pezzo:
I will light the match this mornin, so I wont be alone
Watch as she lies silent, for soon night will be gone Oh, I will stand arms outstretched, pretend Im free to roam Oh, I will make my way, through, one more day in hell... How much difference does it make How much difference does it make, yeah... I will hold the candle till it burns up my arm Oh, Ill keep takin punches until their will grows tired Oh, I will stare the sun down until my eyes go blind hey, I wont change direction, and I wont change my mind How much difference does it make Mmm, how much difference does it make...how much difference... Ill swallow poison, until I grow immune I will scream my lungs out till it fills this room How much difference How much difference does it make (Indifference, Pear Jam)
11/18/2007 no pain no gainun'altra chicca: la mia t-shirt sporca di sangue... questa è un po' trash come chicca ;) Ora alla lista della spesa devo aggiungere i cerotti :P
![]() ![]() 11/17/2007 DICEMBRE: ricerca - TRE(questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
All’ora di pranzo l’università acquista un odore, un sapore, un insieme di colori e forme che sono davvero difficili da definire; la gente in cafeteria ciarla già seduta ai tavoli o aspettando ordinata in coda con un vassoio in mano cercando di interpretare le criptiche scritte del menù prima di vedere in realtà di che si tratta: “Riso alla cubana”, “pasta al pesto”, “insalata fantasia”… usano questo genere di nomi invitanti da dare alle cose, e fanno bene perché si tratta di un’ottima operazione di marketing, come in effetti sarebbe per una persona parlare di sé evidenziando enfaticamente cose fatte come se fossero straordinarie, come scrivere in un curriculum nelle esperienze di lavoro “life guard” invece di “bagnino”, invece di ascoltare canzoni come quella che mi suona nelle orecchie mentre osservo tutto questo “the garden of simple”, grande Ani Di franco! Alla fine: ti avvicini ai piatti dai nomi splendidi e scopri un riso al sugo con un uovo fritto sopra, e una pasta scotta al prezzemolo, e quattro foglie di lattuga con due pezzi di pomodoro e una montagna di salsa all’aglio. Tutto questo dopo un’ora di coda, allora pensi: ma perché fidarsi dei nomi e non controllare prima a cosa corrispondono? All’inizio sbagliavo anch’io, poi ho smesso di adeguarmi alla comida di questo posto e sono spesso tagliato fuori, in un tavolo in un angolo mangiando un gelato o un paio di mele portate da casa, guardando in silenzio le facce delle persone, ogni tanto rispondendo gentile con un sorriso ad uno sguardo un po’ più intenso di qualcuno che magari mi ha visto a lezione e sa che sono straniero e vuole mostrarsi cordiale prima di andare a fare gruppo con i suoi connazionali. Un peccato grave degli spagnoli è questo: amano fare gruppo, e per quanto tu possa mescolarti con loro e loro possano passare del tempo e anche stare bene con te, tu non farai mai parte di loro. Non è che ti escludano, semplicemente non riescono a staccarsi da quest’idea di non appartenenza al proprio paese che li assilla. Sono rassegnato solo dopo un paio di mesi che sono qui! Fabri mi ha raggiunto puntuale proprio mentre ero lì da soli cinque minuti, appena mi ha visto ha sorriso e si è avvicinato al tavolo col suo vassoio pieno ed insieme ad Anne e Laura come sempre. “Si può sapere che fine hai fatto? Non ti si vede da un po’, a malapena rispondi ai messaggi” mi dice col suo solito tono a metà tra amichevole e paternalista. Saluto le ragazze che mi rispondono gentili e per un po’ non gli dico niente, visto che nemmeno io so esattamente che dirgli. “Non ho fatto niente in particolare nell’ultima settimana, sono stato un po’ in giro, un po’ occupato, tutto qui”. Gli parlo in spagnolo per farlo un po’ incazzare giacché lui ancora lo mastica a fatica, e forse anche un po’ per scoraggiarlo e non ricevere altre domande. Sono abbastanza di buon umore ma senza ragioni evidenti, non voglio parlare di niente per paura di rovinare tutto. Fabri tira fuori un pacco di fotocopie e me le mette davanti: “sono gli appunti di una settimana” dice “cuidate!” Lo guardo e gli sorrido: è un mio grande amico, proprio quando smette di volerlo essere. Non c’è bisogno di dirgli niente adesso, anche se mi conosce da così poco, sa già perfettamente che gli sono grato di lasciarmi in pace in momenti come questo. “Allora” dice Laura mentre spezzetta il pane nella sua zuppa di verdure rendendola una poltiglia verde che mi fa un po’ ribrezzo “dove sei stato in questi giorni?” Mi fa impazzire il suo accento spagnolo di norvegese, anche se mi sta sempre appiccicata e spesso non la sopporto, devo dire che solo col sentirla parlare mi metto di buon umore. “In giro” le rispondo. “Come in giro? E dove?” insiste lei. “Non vedi che non vuole dirtelo?” l’incalza Anne, e poi mi getta un’occhiata veloce e rabbiosa alla quale rispondo con un sorriso delicato e un’alzata di sopracciglio mentre do un morso alla mia mela. Per niente al mondo mi perderei questo spettacolo, e devo ammettere che nell’ultima settimana d’assoluta assenza dalle lezioni nella quale mi sono dedicato principalmente al romanzo, spesso mi è mancato il piacere di un dialogo veloce di marionette, come mi piace definire quello tra me Fabri e le due chicas: è come un valzer di sonnambuli che non hanno voglia di svegliarsi, con Laura alla quale sono convinto di piacere da impazzire, tanto mi lancia segnali sessuali fin dal primo momento che mi ha visto, e adesso penso stia per esplodere. Fabri d’altra parte è cotto per la sua amica Anne, mentre io non capisco davvero che diavolo ci trovi, ma più lei l’allontana e gli risponde male, più lui ci dà dentro. A me non resta che cercare vendetta nella sua migliore amica, nemmeno brutta ma sì tonta, per cui la prendo in giro senza nemmeno che se ne renda conto, però sì Anne si rende conto e mi odia per questo. Io sono convinto tra le altre cose che lei sia lesbica, o che per lo meno provi un’attrazione forte per la sua amica tontolona: me ne sono accorto un giorno in cui Laura si piegava a raccogliere dei fogli lasciando apprezzare al tavolo intero due seni tondi e grandi come meloni in miniatura, e lei era davvero in trans nel guardarla, e quando si è accorta che l’avevo pigliata, ha abbassato la testa ed è arrossita come una mela matura. Mi chiedo se sono l’unico ad essere compiaciuto di tutto questo: Fabri per esempio non s’accorge di niente, anche se è tra le persone più intuitive che conosca, e più di una volta ha capito alla perfezione lati di me davvero complicati per la maggior parte della gente. È assurdo ma tremendamente vero quanto in basso possiamo cadere quando siamo accecati dalla follia dell’amore! Così lui continua ad incalzare la finlandese mentre lei a malapena gli fa caso, occupata com’è a lanciare occhiate di rimprovero alla sua amica che mi tampina senza tregua. “Ho saputo” mi dice adesso “che verrà a Dicembre qui a Madrid Batiaco, vuoi venirlo a vederlo?” “Chi?” dico io anche se ho capito perfettamente di chi parla, solo mi va di prenderla in giro. “Il cantante italiano, Batiaco!” “Ah! Battiato, vuoi dire!” “Sì! Ti va di vedere il concerto?” “Sarebbe una figata!” rispondo e lei non capisce ma sorride disorientata, così aggiungo gesticolando enfaticamente come si fa coi bambini “moooltooo beeelloooo!” A Fabri scappa un sorriso subito soffocato e camuffato da un colpo di tosse per non essere vittima dell’ira finlandese. In effetti, non ho nessuna voglia di andare ad un concerto con Laura, tanto meno ad uno di Battiato che a malapena ascolto perché mi registrò Elina una cassetta che ogni tanto mi ritrovo davanti. Elina… mi viene da pensare che ci vorrebbe da qualche parte un capitolo su di lei. “Allora ci andiamo se ti va?!” puntualizza Laura entusiasta solo all’idea. “Vediamo” dico io “mancano ancora due settimane”. Laura sgrana un po’ i suoi occhioni azzurri e manda giù una sorsata d’acqua. Io le sorrido discreto e sento che ne ho già abbastanza per oggi. Mi alzo e saluto perché ho già finito le mie due mele, ma Fabri si alza con me e mi prende per un braccio. Mi dice: “Ah senti, ho inviato al profe via mail i nostri nomi per il gruppo della pratica. Siamo io tu e loro due” dice facendo un cenno verso le ragazze “se ti va bene”, puntualizza inutilmente. “Sai bene che finirai per farla tu solo sta pratica, ti sei scelto proprio tre compagni di schifo, mi spiace per te” gli rispondo. “Tu non ti preoccupare” fa lui. “Contento tu…” gli dico e gli batto una mano sulla spalla. una chicca![]() A grande richiesta, il letto leopardato che mi hanno fatto trovare nel mio nuovo, splendido residence... rimpiango le mie lenzuola verdi con gli animaletti... sigh...sigh...
carne e sangue, o plastilina e vernice al piombo?Ecco, ora faccio punto sul primo romanzo che mi è capitato di leggere di Cunningham. Avviso tutti subito che questo vi rovinerà il libro, sammai non l'abbiate letto, ma che non sarà un gran danno a mio parere.
Cunningham è un eccellente scrittore: descrive e narra con uno stile omogeneo e piacevole, semplicemente scrive per un pubblico privo di giudizio critico, superficiale, e innamorato dei drammoni alla Dickens piuttosto che della genialità pungente di tanti scrittori moderni. Che saranno anche meno bravi da un punto di vista stilistico, ma che regalano a mio avviso emozioni più forti di quelle che può regalarmi la scena di un preadolescente gay che spompina suo cucino mulatto e poi -deluso e non accettato- si suicida nuotando per ore e ore al largo. Giuro che ho riso quando l'ho letto. Ho riso di gusto: ma come si può?
Stereotipi e niente altro: i gay sono tutti palestrati ma nascondono intelligenza e sensibilità. Le donne perfettine sono tutte frustrate e cleptomani. La gente che fa i soldi è cinica e approfittatrice, e non esiterebbe a molestare la propria figlia. I bambini ribelli finiscono da adulti come ragazze madri malate di AIDS.
BASTAAAAAAA!!!!!!!!!
Le sfumature, Cunningham non sa nemmeno dove abitano. Deve stupire per piacere, e a me non ha stupito. I personaggi di Chuck Palahniuk ad esempio sono irreali, e lui stupisce e piace: ma quantomeno, tu SAI che sono irreali, e che tramite la non-realtà lui dipingerà i toni reali di tanti modi di essere e di fare della gente reale: le frustrazioni, le gelosie, le aspirazioni ecc ecc... ma Cunningham no, lui pensa di poter stupire, ma i suoi personaggi non sono fatti di carne e di sangue, ma di plastilina, e verniciati a dovere da lui, tanto da sembrare quasi veri... ma da essere irrimediabilmente finti, tanto che il loro stesso odore ne rivela la fresca verniciatura.
E poi lo stile: lui è molto bravo, non lo metto in dubbio... ma sceglie di scrivere in terza persona dal punto di vista di tanti e diversi personaggi, e il risultato è che tutto è filtrato, niente appare reale: il bambino di sei anni pensa come un adulto, come se gli avessero trapiantato il cervello di Cunningham; l'adolescente frustrato, ha frustrazioni che non appartengono all'adolescenza, ma spaziano in un'età più matura, cosicchè alla fine tutto ha lo stesso sapore, quello che lo scrittore voleva dare.
Bravo lui, o fessi noi???
Bah. So solo che ora non rimpiango più che mai leggerò "the hours". Forse deluderebbe il bellissimo film. Forse no, chissà...
*
11/14/2007 la mia vita senza me
Non è facile capire cosa mi accada.
Cado senza mai schiantarmi, semplicemente vado verso il basso.
Non penso, solo faccio quello che mi viene facile fare, come una specie di automa.
Non m'importa di nulla. Non mi interessa.
...
Tutti gli amici di quel ragazzo morto sparato dal poliziotto per sbaglio, dicevano "era una persona così solare!"
Quando muore un ragazzo, tutti dicono che era solare.
Anche per le bestie di satana: ascoltava Menson, si drogava, ed era un po' fuori di testa... ma era solare... amava la vita!
Come per dire: non meritava mica di morire, lui che tanto incarnava la gioia di vivere.
Allora mi chiedo se oggi morissi, domani chi direbbe di me "era una persona così solare!"
Sì sì lo direbbero... si dice sempre... direbbero che conoscevo tantissima gente, che avevo ideali, motivazioni, gioia di vivere.
Ma non è vero. Non è vera nessuna di queste cose.
Mi sentirei apprezzato, se mai potessi sentire alcunchè: riderei soddisfatto, pensando a quanto poco abbia perso, a stare vicino a chi così poco mi conosce e mi apprezza davvero per quello che sono.
* 11/12/2007 ma no...ma no...
come ho detto di recente, la rabbia deve essere guidata in qualche modo, cosicchè alla fine tutto si risolva.
non lascerò lo spazio.
non ne aprirò un altro.
non penserò solo a sferrare colpi alla cieca, tanto alla fine serve a nulla.
penserò a ricostruire. un giorno dopo l'altro.
ci metterò tempo e lo so, ma non farò un lavoro fatto male.
adesso non ho più scuse. adesso non ho più rimpianti. adesso non ho più niente.
* 11/10/2007 anzi devo...Vorrei anzi devo, cercare di non dare una brutta immagine di me a tutti i costi, quando conosco qualcuno. Vorrei anzi devo, non illudermi che la vita sia diversa. Vorrei anzi devo, non bere tanto il venerdì sera, o almeno pensare il sabato mattina che non lo farò più. Vorrei anzi devo, essere contento di quello che ho, e sperare in quello che magari un giorno avrò. Vorrei anzi devo, apprezzare il prossimo per quello che è, vedere il lato buono in tutti.
Però… non so proprio come dirvelo... non è che io sia un mostro, non è che sia cretino, e non è nemmeno che sia cattivo… ma…. Se conosco qualcuno penso dentro che presto, molto presto, non mi interesserà più. Mi illudo, ma le uniche vere illusioni sono legate a persone che svaniscono sempre di più, e di nuove non ne arrivano. Ieri non ho esitato a bere un bicchiere dietro l’altro, a fare lo stupido, a sentirmi stupido. A pensarci un po’ mi dispiace, ma quasi subito mi passa. Inutile pensare che non lo farò più, perché troppe volte l’ho pensato, troppe volte l’ho rinnegato. Non è che non sia contento e voglia lamentarmi. Ma mi chiedo se io non stia buttando via ogni giorno qualcosa, invece che prenderla. Chi mi conosce forse pensa che io sia una specie di sacco da boxe, solido e teso, che oscilla appena ad ogni colpo. E la cosa buffa è che hanno ragione. Sono così, sono di più. Sono anche morto. * 11/9/2007 la verità"la verità è che la vita fa schifoe noi siamo dei pezzenti emotivi ogni resistenza è inutile ogni speranza illusione" (G.S.) 11/8/2007 the bright sidePer perdere qualche chilo, mi è sufficiente procurarmi un dispiacere forte, o una gioia altrettanto forte.
Aumentano i km di corsa, aumentano le emozioni, diminuiscono le ore di sonno e di riposo, diminuisce il cibo.
Quando ancora fare un viaggio mi procurava emozioni forti, perdevo 2-3 chili ogni settimana, durante i viaggi.
Durante il periodo di Madrid, persi 12 chili in quattro mesi, e non è che fossi grasso, anzi mi allenavo con costanza.
Due anni fa, tra Novembre e Gennaio, ne persi sei.
Dopotutto è semplice, che stupido che sono a vivere una vita così piatta!
* 11/7/2007 ShyPuò capitare e si sa, che uno si affezioni ad una canzone per qualcosa. Una persona, una sensazione, una proprietà indelebile...
E' sempre qualcosa di personale, ma molto spesso ha a che fare con dei testi che ci rimangono impressi, a delle esperienze che abbiamo vissuto, solo raccontate da qualcun altro, con la musica a fare da sottofondo.
Oggi riascoltavo questa, e ho deciso che in effetti non è così bella come canzone, ma ci sono molto affezionato, per via di un passaggio in particolare, che descrive qualcosa che se non l'hai provato, è difficile arrivare ad immaginarlo... è quella sensazione di odiare l'idea di stenderti in un letto e di addormentarti, perchè sai che non sarà facile, sai che il sonno sarà tormentato, e sai soprattutto che la mattina il risveglio sarà orrendo, perchè ti mancherà qualcosa, la stessa cosa che ti è mancata per tutta la notte.
il passaggio è questo:
the door opens, the room winces
the housekeeper comes in without a warning and i squint at the muscular motel lady says 'hey good morning' and she jumps, her keys jingle
and she leaves as quick as she came in and i roll over and taste the pillow with my grin well, the sheets are twisted and damp and the heat is so great and i swear i can feel the mattress sinking underneath your weight oh sleep is like a fever and I'm glad when it ends and the road flows like a river and pulls me around every bend and you'll stop me, won't you if you've heard this one before the one where i surprise you by showing up at your front door saying 'let's not ask what's next, or how, or why' i am leaving in the morning so let's not be shy ("Shy" - Ani Difranco)
11/6/2007 DICEMBRE: ricerca - DUE(questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
Ricordo la prima volta che feci un viaggio da solo: in realtà si trattava del secondo, ma il precedente non conta, perché i chilometri percorsi sono stati poco più di cento. Nel successivo invece, che durò una decina di giorni, avevo meno di vent’anni. È stato alla fine del liceo, la prima estate prima dell’avventura universitaria. Per ragioni varie, che solo più tardi avrei collegato al mio disastroso modo di relazionarmi agli altri, avevo litigato con Vanessa, che allora era per me appena una cara amica. Ma il litigio con lei si estese al mio migliore amico, e da lui alla migliore amica di lei, e da loro ben presto agli altri del gruppo. Più tardi mi sarebbe ricapitato con una certa frequenza di perdere un amico, ma quella ricordo mi rese incapace di pensare ad altro che non fosse riscattarmi. In un certo senso ero contento, e questo mi faceva molta paura, ero felice di poter avere un’occasione, così in un paio di giorni decisi. Mi svegliai una mattina e avevo voglia di partire: senza sapere né dove e né perché, ero solo preso dalla mille occasioni che avevo davanti non rimanendo dov’ero. Quella fu la mia prima volta, e mi è ricapitato forse ancora un paio. Adesso è l’ultima, o almeno così mi sembra di avvertire a volte. Andai in stazione senza sapere cosa chiedere in biglietteria, chiesi un biglietto chilometrico e guardai l’orario dei treni, ce n’era uno per Bologna di notte, perciò tornai a casa e dissi arrivederci ai miei, riempii lo zaino di roba e andai. Fu bellissimo. Non i posti che visitai, non la gente che incontrai (che pure mi fece stare bene) quanto la sensazione del viaggio, dello spostamento, del confronto con se stessi dopo aver eliminato tutto, e nella fattispecie tutti dalla mia vita. Capii allora perché ero contento di questo, e non capii ma certamente intuii, che non era stata colpa loro, quanto mia, e che l’avevo fatto apposta a fare piazza pulita intorno. Ricordo che portavo con me una macchina fotografica ed un quaderno, la camera mi servi per scattare due tre foto in ogni città vista, foto di cose che mi avrebbero ricordato quei momenti: l’ostello e ponte vecchio a Firenze, il lago e il botanico a Como, Piazza Navona a Roma, le vie di Bologna… Spesso scrivevo nel quaderno, avevo cominciato già a casa, e lì per dieci giorni non feci altro, cosicché levai a capo gran parte del primo romanzo. Mi era salita dentro questa sensazione di vuoto perfetto, della quale riuscivo a liberarmi solo scrivendo di qualcosa che fosse fuori di me ma che rispecchiasse quello che sentivo. Negli anni successivi ho provato la stessa cose varie altre volte, di sentirmi così…vuoto, ma con un sacco di cose che necessitano uscire da me, come se potesse rendermi felice essere ancora più vuoto, come un anoressico che si guarda allo specchio e ancora di più desidera perdere peso, perché perdere peso vuol dire tra le altre cose svanire dal mondo senza lasciare traccia. Anch’io mi sentivo più leggero, e l’unica traccia di me che desideravo lasciare era quella dell’inchiostro sul foglio. Tanta gente scrive per varie ragioni, per esempio quando sta male, vuole sfogarsi. Io no. Scrivo solo quando riesco a sentirmi vuoto, per questo chiunque penserebbe che sto male, perché non ho voglia né di sorridere né di parlare né di essere gentile. In realtà non sto male, sono solo me stesso, perché me stesso è tutto questo. Ho bisogno di sentirmi vuoto per sentirmi vivo, e come solo dopo anni ho capito, ho bisogno di eliminare gli altri per sentirmi vivere, perché gli altri fanno un sacco di rumore, e solo quello. Ormai da quasi due anni non scrivo. Da quando Vanessa è tornata a ripopolare la mia vita due anni fa, non ho scritto una parola. Adesso lei non c’è, da mesi, ma nemmeno c’è mai stato qualcuno o qualcosa tanto importante da sentirne la mancanza, e da poter essere eliminato. Cosa puoi eliminare da te quando niente è importante?
La mattina successiva l’incontro con Maria mi sveglio alle sei e accanto a me giace Marta respirando profondamente sotto le lenzuola. Non riesco a riaddormentarmi per quanto mi sforzi, continuo a rigirarmi inquieto e a pensare senza tregua a qualcosa di sfuggente, qualcosa che ho dentro ma che non riesco ad inquadrare per un po’, fino a quando all’improvviso si rivela per quella sensazione di vuoto che da tempo non sentivo. Mi alzo e vado in bagno, piscio infreddolito e mi ficco subito nella doccia. Poi mi vesto. Esco seminudo e mi guardo intorno ma non vedo niente, non sento niente, nemmeno più il respiro di Marta. Tutto mi si scioglie dentro e scivola via da me. Vado alla cucina e mi siedo al tavolo, mi rialzo e vado per un bicchiere di latte che decido di sorseggiare in piedi alla finestra mentre ammiro la notte morente di fronte alla potenza del giorno che s’avvicina. Penso a tante cose, ma anche i pensieri mi sfuggono di mano, non so se sono triste o che, solo so che mi manca qualcosa per la prima volta dopo tempo, e che mi sta salendo dentro il desiderio di liberarmi di tutto e di tutti, come in passato. Verso il latte nel lavandino, torno in camera e dallo zaino della uni che ancora porto da ieri tiro fuori un boli, e dal quaderno arranco una pagina. Da quando sono qui solo ho scritto solo frasi sconnesse, come in una specie di diario, momenti vissuti e riassunti in poco più di dieci pagine. Una piccolezza vergognosa, se confrontata a quanto ho buttato giù finora. Mi viene in mente che se davvero una parte di me sta tornando a galla, allora anche qualcos’altro che a questa parte è legata a doppio filo deve fare lo stesso. Comincio a scrivere, e dal primo momento e dalle prime parole tutto mi sembra già più facile, io stesso sono più leggero, più libero, e quello che mi circonda finalmente acquista un senso. progressi![]() 8 km.
E' ancora poco, ma sto andando bene.
Run Baby Run. 11/5/2007 DICEMBRE: ricerca - UNO(questo è un pezzo di una storia, leggi i pezzi precedenti cliccando qui)
Passo le giornate in silenzio. Ogni giorno mi sveglio, mi lavo, mi vesto, vado alla uni, mangio in cafeteria, controllo la posta rispondendo a qualcuno se necessario, torno a casa, vado in palestra, mangio, scrivo, leggo, dormo. Ogni giorno lo stesso. Ognuno uguale al precedente, ognuno così ricco di silenzio, così…pieno! Alla fine di tutto, pare che qualcuno sia tornato a trovarmi, e questa volta non si tratta né di Fabio, né di Milka, né di Micia o Julie. L’invitato speciale stavolta è più prezioso, è pieno di voglia di scoprire, di sentimenti caldi e ricchi, ma spietato come sempre. Riconosco perfino l’odore, il modo discreto di muoversi, la sua sottile ironia nei confronti del mondo esterno, il suo potere sugli altri, la sua ambigua attitudine nei confronti di tutti. Il me stesso che per un po’ avevo perso sta tornando, e dopo Vanessa e dopo Julie, ci sono voluti quasi novi mesi. Cavolo di salto all’indietro!!! Dovrei dispiacermene, possibile che abbia passato l’ultimo anno quasi ad aspettarmi? Ma no, forse sto solo sbagliando il tiro. Bernardo Soares accompagna i miei pensieri di ogni giorno, la sua presenza dentro di me ha un peso forte, tanto da farmi trascinare al suolo come un serpente che nasconde la sua vera natura, che potrebbe essere drago, tirar fuori le ali e sputare fuoco dalla bocca, ma preferisce strisciare per assorbire tutto dagli altri: il sapore, l’odore, gli umori. Ma niente lascio passare, sono come una spugna che non si strizza, solo getto via quello che non mi piace, e sono ogni giorno più ricco. Vorrei che tutto fosse lontano da me: già non m’importa avere gente attorno, condividere un letto con un corpo di donna, condividere pensieri con una testa ciondolante che mima un sìsìsìsì senza nemmeno capire che diavolo sto dicendo; tutto questo è ormai lontano da me. Ho soltanto bisogno di assorbire, e c’è un solo momento in cui mi lascio strizzare, in cui il collezionista di anime apre la sacca e svuota il contenuto, ed è questo: la sera, stanco della palestra, pieno di pensieri solo in parte evaporati, riesco a posarli su un foglio, riesco a liberarmi di tutto quanto accumulato, e pensare ancora una volta «domani si ricomincia», sorridere lieve e riempire il buon bicchiere d’acqua da portarmi al letto, che la mattina seguente sarà ancora pieno giacché mai mi sveglio a bere durante la notte, ma se per caso dovessi… Ho una giornata di sole oggi tutta per me. Madrid si è svegliata nuovamente nel calore tenue di primavera, nei raggi dorati di una mattina che mi spinge ad uscire di casa, fare passeggiate al parco del buon Retiro o a Casa de Campo, correre un po’ tra gli alberi e godermi la libertà di violare la prigione di me stesso, come facevo in Italia in questo stesso periodo, studiando sul prato e in realtà cogliendo al volo sguardi e vibrazioni delle persone attorno, regalandomi il piacere di descriverle, di ammirarle, di immaginare (e solo questo) come sarebbe avvicinarmi a loro, conoscerle, starle accanto, innamorarmene; tutto questo mentre in realtà chi davvero mi vuole non mi ha: lascio scivolare tutto tra le mie dita, lascio che la gente mi abbandoni e la spingo a farlo, lascio che le cose scorrano via, certo del fatto che tutto rimarrà dentro di me sotto forma di scia invisibile, o forse di sapore e di odore, o forse d’immagine sbiadita nel tempo che tirerò fuori di tanto in tanto per contemplare quello che avevo e fare somme e sottrazioni. Lascio che la musica invada le mie orecchie in questa domenica di immaginazioni dilatate che stanno spingendo la realtà della mia esistenza sempre più ad un lato, fino ad assorbirle e a non lasciarmi altro che me stesso vuoto di veri e di falsi, senza direzione e senza idee, senza niente che mi tocchi se non di striscio: un collezionista di anime che non sa far altro che cercare fuori di sé quello che gli conviene, perché dentro non può trattenere altro che ricordi non credibili, distanze larghe di tempi che si stringono sempre più. 11/4/2007 un altro A.Mio nipote A. ha due anni e mezzo.
All'asilo, la maestra è sorpresa: è il più piccolo, e tra i pochissimi che mai si fanno la pipì addosso e mai piangono.
Gli ha fatto fare dei disegni. Lui fa i contorni delle cose, e li colora con precisione, un colore diverso per ogni contorno.
Gli altri bambini non colorano così, e sono più grandi. La maestra lo dice a mia cognata, mentre lui sta a sentire. E' stupita di come lui sia fatto.
Quando prendiamo il caffé a casa, distribuisce lo zucchero, una bustina per ogni pesona. E quando abbiamo preso il caffé, lui raccoglie tutte le bustine vuote e dice "posso buttarle?"
Oggi ha preso un mio vecchio bicchiere per il gluewine a forma di stivale natalizio, l'ha guardato e ha detto "ma questo bicchiere, è a forma di piede!"
Mi commuove a volta vederlo. E' serio e preciso. Ascolta in silenzio e capisce tutto quello che gli dici.
Mia cognata mi dice che adesso all'asilo, quando disegna, usa lo stesso colore per tutti i contorni, e quando colora, va fuori dai bordi.
Ha imparato ad adattarsi agli altri bambini, anche se quello che fa è meno bello di quello che potrebbe fare.
Mi ha fatto male sentirlo, anche se ho sorriso. Ho pensato, chissà se un giorno, a lui o a mio figlio, dovrò mai spiegare quanto sia importante e pericoloso allo stesso tempo l'adattamento in società.
* pubblicità o sputtamento?comunque complimenti ;)
titolo originale: IMATRA - CONFINI D’EUROPA #3 regia: cast: Paloma Calle Alberdi, Corso Salani fotografia: montaggio: Corso Salani, Vanessa Picciarelli presentato da: Vivo Film produttore: Gregorio Paonessa, Corso Salani produzione: paese: Italia anno: 2007 durata: 60' formato: Digi Beta Pal - colore aspect ratio: 4/3 status: Pronto (17/07/2007) premi e festival: FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM LOCARNO 2007: Premio speciale della giuria Ciné Cinéma "Cineasti del Presente" Imatra è una cittadina finlandese collocata giusto alla frontiera con la Russia, nella Carelia meridionale, una città la cui unica attrattiva di rilievo – alcune cascate di straordinaria bellezza – è stata nascosta pur di produrre energia elettrica in quantità. Una città che non ha mai avuto un piano regolatore e la cui economia è decollata solo grazie al flusso ininterrotto di cittadini russi che si recano lì per gli acquisti più diversi. Di per sé Imatra può apparire come un mero "shock absorber" tra la ricchezza un po’ satolla e il benessere lievemente annoiato dei paesi scandinavi e gli stenti e le sperequazioni sociali di quel che resta dell’Unione Sovietica.
11/3/2007 affittasiho voglia di rilassarmi con un film...
film recente e famoso che mi sono perso al cinema: http://www.imdb.com/title/tt0405094/
film poco conosciuto che mi tocca cercare in affitto: http://www.imdb.com/title/tt0949564/
film underground e provocatorio che ha fatto schifo alla critica ma a me ispira: http://www.imdb.com/title/tt0411705/
si accettano suggerimenti... |
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