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2008/11/8

Marla

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gli amanti di Magritte
Non sapevo quasi chi fosse Fernanda Pivano, prima di leggere la sua postfazione a Fight Club. Non sapevo chi fosse, ma a leggerne la biografia le avrei dato buon credito. Oh, gliene dò ancora ben inteso... magari della beat generation avrà capito tutto, peccato che Chuck Palahniuk sia arrivato qualche decennio più tardi, e peccato che sia troppo dissociato dalla realtà vera (passatemi il termine, chi vuole intendere intenda) per far parte della famiglia beat.
Ho appena dato un taglio al mio taglio semi-lungo, facendolo passare a semi-corto con una certa soddisfazione. Dicono che ti viene voglia di tagliarti i capelli o di comprare dei vestiti, o di farti un piercing, quando la tua vita è a una svolta. Magari una piccola svolta. O grande. O svolta e basta. Se è così, allora la mia vita deve essere un turbine di curve con pochi rettilinei messi lì solo per farti prendere velocità.
E' bello il libro, ma Fincher è assai più bravo di Palahniuk. Ho atteso tanti anni prima di leggerlo perchè non volevo scoprirlo. Era solo venuto il momento di aprire gli occhi. Fernanda Pivano ha frainteso alcuni punti, credo, o forse non ha finito di leggerlo il libro, o forse la postfazione l'ha fatta scrivere ad una sua assistente 26enne con laurea in lettere e filosofia come lei, e tante buone speranze racchiuse nella sua borsa a tracolla. Non credo che centrino i tumori o la x generation con il libro. Non credo centri la realtà, quanto meno quella reale. E' di filosofia che si parla: di essere e di apparire, di volere e di potere. Si parla di sconfitta, in questo libro. Di voglia di ribellione ripiegata su se stessa che finisce per colpire te stesso come un boomerang. Si parla di amore, anche. Ma è un discorso in sottofondo, di cui quasi non ti accorgi se non nel finale.
E' bravo Chuck. Ma Fincher è più bravo. Cambia il finale, lo stravolge. Ripulisce il protagonista dalla violenza, niente amputazioni, niente combattimenti che finiscono con danni permanenti tipo lingue mozzate o guance bucate (e ricordate il suo combattimento con il biondo? Tyler stesso che rimprovera il suo alter ego che voleva distruggere una cosa bella, poi intima agli altri di portarlo all'ospedale). Quindi il film ripulisce il libro, ma non solo. Dà un finale di speranza. Siamo più forti della nostra parte nichilista e distruttrice, l'unica speranza è affidarsi a Marla. Rassicurarla teneramente (l'ultima battuta di lui col sottofondo della canzone dei Pixie è semplicemente geniale). Lasciare che il pezzo mancante di te, trovi te stesso.
Chuck non la vede, questa speranza. Lui non vuole essere salvato. Lui vuole solo dormire. Ad ogni costo e senza mezze soluzioni. Bang. Finisce là.
Comunque. Mi sono preparato un tè, e come ogni sabato alle 2 del pomeriggio, sono combattuto tra l'idea di pranzare e quella di andare in palestra.
Oggi, sono anche combattuto dall'idea di riprendere a scrivere una vecchia storia. Chissà...
Ho un sorriso in testa che non riesco bene a cancellare. Io non sono come l'alter ego di Tyler, Marla non riesco a farla entrare nè dalla porta principale, nè da quella sul retro, nè "un pezzo di merda alla volta", come scrive Chuck. Forse devo ancora toccare il fondo, e ho fin troppe cose da perdere chissà... forse mi manca prendere botte negli incontri di kickboxe, guardarmi i lividi sui fianchi e sentire il sapore del sangue attraverso il labbro gonfio. Forse ho troppe cose da perdere adesso, anche per quello. E la soluzione, è comprarsi una giacca nuova e tagliarsi i capelli. Ma non credo dopotutto, non credo che ci sia scritto da qualche parte, come andrà a finire. Non credo che Marla sia nè lontana nè vicina. Non credo nella realtà reale nemmeno io, e questo spazio ne è in qualche modo la dimostrazione. Non voglio credere, che sia tutto lì, quello che siamo. Ma nemmeno che siamo e basta, senza scopo.
Ho fame e ho voglia di correre e di saltare. Mi innervosisce dipendere da qualcuno, anche se mi sento l'isolamento addosso come una coperta fin troppo calda.
Tyler esiste in tutti noi, dopotutto. Ignorarlo, o non avvertirlo affatto, è semplicemente un'arte che non ho mai imparato.
*A

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